Come dire al vostro partner che volete fare un viaggio sola

Come dire al vostro partner che volete fare un viaggio sola?
Siate onesti, parlate, non abbiate sensi di colpa, ascoltatevi.

La settimana scorsa, Alessandro e io siamo stati a cena da una coppia di amici: sposati, una figlia in arrivo e un altro già nato che sgambettava qui e là.
Non ci si vedeva da un po’, quindi ci siamo raccontati e aggiornati sulle rispettive vacanze, sulla nuova gravidanza per lei e sull’essere padre per lui, sui nuovi progetti lavorativi di mio marito e sui miei, soprattuto quelli legati a questo blog.

Il nostro amico dopo avermi ascoltata mi ha chiesto:
“Ma se tu vuoi fare un viaggio sola e Ale ti dice che vuole venire con te, gli dici di no?”
“Sì”

Da quel momento la conversazione è stato un susseguirsi di motivazioni, spiegazioni, idee diverse e confronti interessanti.
Il tutto mentre il bambino richiedeva attenzioni e quindi non è stato un botta e risposta come in un film di Sorrentino ma noi, stoici, siamo riusciti a parlare continuando a giocare con il pupo.

Quando ero più giovane mi capitava spesso di essere accondiscendente di fronte a richieste che, dentro di me, avevano un’altra risposta.

Il mio cervello pensava una cosa e la mia bocca diceva esattamente il contrario.

Questo atteggiamento creato dalla mia insicurezza, dalla paura di ferire l’altro/a o dal semplice essere presa alla sprovvista mi portava a compiacere chi aveva fatto la domanda, dicendo esattamente cosa si aspettava.

Non è facile dire cosa vogliamo e cosa non desideriamo, né trovare persone con cui avere un livello di comunicazione tale per cui, se ti esprimi liberamente, non si creano tensioni, malumori o facili offese.

Che siano amici, amiche, fidanzate e quant’altro.

Col tempo ho imparato a limitare i danni scegliendo meglio, come si dovrebbe fare crescendo, chi frequentare, chi mi andava più a genio.

Capita ancora che alcune persone, a cui racconto quali saranno i miei prossimi viaggi da sola, mi dicano cose come “Posso venire anche io? ti tre giorni sola e poi giriamo insieme?”

Vi ricordate Ally Mc Beal quando immaginava di fare delle cose ignobili alle persone con cui stava parlando? Mi succede la stessa cosa.
Prima le guardo così e dentro di me si scatena l’inferno.


La mia risposta è no se esordisci con una domanda passivo/aggressiva del genere.

Un NO gigante perché non mi hai capita, perché non rispetti il mio spazio e il mio bisogno, perché se vuoi fare qualcosa non puoi aspettare che la faccia qualcun altro per te a cui accodarti.

Non con me, almeno.

non perché sono una stronza ma perché ho faticato per arrivare a dire quel no.

Mi sono violentata per dare spazio ai miei bisogni senza metterli da parte, per ascoltarli davvero mettendo me stessa prima di tutto, ci ho lavorato e ci lavoro costantemente.
Dire dì sì significa fare un passo indietro.

Diverse persone mi hanno detto che non riuscirebbero a viaggiare da sole o mangiare da sole, perché le rattrista, perché si annoiano, per tanti motivi.

Lo capisco. Capisco il bisogno del branco; capisco che in gruppo ci si senta sicuri ma ho imparato a stare da sola e voglio difendere questo mio bisogno a tutti i costi.
Credo si fondamentale che tutti ne siano un po’ capaci.

La prima volta che sono entrata in un cinema da sola ero a Parigi.

Credevo che tutti mi stessero guardando, mi sentivo avvampare, non vedevo l’ora di raggiungere la mia fila e il mio posto e anche quando mi sono seduta, sentivo gli sguardi (immaginari) di tutti addosso a me.

Poi, lentamente, ho ricominciato a respirare, mi sono rilassata e forse, ho anche guardato il film, me lo ricordo poco.

Con mio marito la comunicazione è sempre stata intensa e lo è tutt’ora, abbiamo parlato molto delle rispettive necessità, fiutandoci a vicenda all’inizio e diventando sempre più complici durante l’evoluzione di questo rapporto.

Ascoltandoci davvero.

Ci sono volte in cui lo capiamo senza chiedercelo e altre no; in qui casi lo si verbalizza, dicendo esplicitamente che si ha bisogno di stare un po’ soli.

Per noi è normale. Abbiamo solo modi diversi di prendere e vivere il nostro spazio, è un balletto di cui solo noi conosciamo i passi.

Dall’esterno è solo più lampante che io mi prenda il mio spazio perché fisicamente parto, volo, sono geograficamente lontana.

Quello che sfugge a parecchi, soprattutto a chi mi e ci giudica è che gli spazi si prendono anche rimanendo fermi, rimanendo all’interno.

Non c’è una regola, però esistono dei compromessi in cui credo e ritengo giusti se si ha una relazione, ribadendo il concetto che ogni relazione ha le sue regole.

Se mio marito ed io accettiamo e comprendiamo il bisogno reciproco di avere uno spazio nostro ma ci chiediamo in cambio alcuni compromessi, mi sembra corretto essere flessibili. 

  • Siate onesti e parlate molto di quello che vi aspettate l’un l’altro prima delle rispettive partenze in termini di comunicazione frequenza del sentirsi. Lo faccio anche con mia mamma. Mia madre sa che le mando un messaggino quando parto, quando arrivo e una volta ogni tre giorni circa quando sono sul posto.
    Io so che è molto ansiosa e non ho alcun interesse a fare aumentare la sua ansia per il mio bisogno di solitudine, non toglie nulla a me e siamo tutti felici.

  • Ci sono paesi che lui desidera vedere più di altri, come tutti noi ha una sua lista, quindi siccome il mondo è grande e a me interessa tutto, alcune mete me le tengo da parte per i nostri viaggi insieme.

  • Ci sentiamo spesso, anche più di una volta al giorno, ma non è scontato.
    Se non riesco a chiamare basta anche solo un messaggio, in viaggio gli imprevisti esistono. In Cambogia, con WeChat, siamo riusciti a sentirci benissimo tutti i giorni, ho comprato una sim card all’aeroporto e avevo modo di comunicare con lui h24.
    Quando sono andata a visitare Palazzo Reale, complice il fuso orario, lui ha viaggiato virtualmente con me e gli ho mostrato le meraviglie che mi circondavano.

  • Gli comunico preventivamente, quando li so, tutti i miei spostamenti.
    Preoccuparsi più del dovuto quando una persona cara è lontana non mi pare necessario.
    Prima di partire per la Transiberiana ho appuntato sul nostro calendario, appeso in cucina,tutti gli orari e gli spostamenti col treno, ricordandogli che nei lunghi tragitti fra un paese e l’altro non avrei avuto il wifi, quindi sarebbe stato normale non sentirsi.
  • Lavorate sul senso di colpa. Maledettissimo retaggio culturale, sia il senso di colpa sia il vostro giudice interno non vi permettono di essere sinceri con voi stessi, figuriamoci con il partner. Personalmente non mi sento in colpa perché voglio fare delle cose da sola e lui non mi fa sentire in colpa, anzi mi incoraggia e mi sostiene.
    Se, chi vi sta a fianco, vi fa sentire in colpa quando esprimete un bisogno, c’è qualcosa di stonato che vi dovrebbe scuotere e non andrebbe messo a tacere.

Voi, cosa ne pensate? Com’è il vostro balletto?

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