Essere expat, secondo me

Dicono che essere expat sia uno state of mind.

Io la vedo un po’ meno poetica: sei un expat quando espatri, emigri, esilii, ti trasferisci, quando insomma metti le tue cosucce in scatoloni e valigie, saluti tutti e vai a vivere in un paese diverso dal tuo, generalmente per seguire un amore o un contratto.

Quello che sia lo state of mind mentre imballi pezzetti di vita… lì si che è poesia, ma ognuno ha la sua.

Essere expat vuol dire perdersi e ritrovarsi a ogni trasloco, vuol dire demolire e ricostruire, aggiungendo sempre qualcosa in più, parte della propria dimensione fisica, emotiva e sociale ogni volta che si prende un volo con valigie, mariti, gatti e bimbi al seguito.

Essere expat è bello, almeno per me, così come è bello essere moglie… è la combinazione delle due cose, essere una moglie expat, che complica un pochino le cose. O meglio: dipende se l’expat sei tu, moglie a cui hanno offerto un buon contratto all’estero e ti sposti con il marito in valigia sapendo che almeno una parte della tua dimensione, lavorativa e sociale, sarà già in aeroporto ad aspettarti o se sei tu a seguire l’altra metà della mela. Perché in questo ultimo caso, l’espatrio potrebbe risultare, almeno inizialmente, più faticoso.

Si da il caso infatti che tu, moglie di un uomo che ami e che, per davvero, segui in capo al mondo, devi fare di tutto per evitare di soccombere, di sederti su te stessa, di aspettare tutto l’anno che arrivi Natale per tornare in Italia, devi evitare di continuare ad avere amicizie, dottori, riferimenti, ricordi, estetiste solo in Italia: evitare insomma di ritrovarti senza paese, non più là ma non ancora qui, impigliata in una sorta di rete che ti lascerà sempre a metà strada con la sensazione di non essere mai partita e tantomeno arrivata.

Di conseguenza tu, moglie expat, una volta che hai asciugato quelle lacrimucce che inevitabilmente ci sono al momento dei saluti, con la mamma e con l’amica del cuore (che sono poi le uniche che ti seguiranno ovunque, quindi perché piangi?), una volta che hai disimballato le scatole dell’ennesimo trasloco e guardato fuori dalla finestra un paesaggio che non riconosci ma che sai diventerà presto familiare, hai un bel daffare a ricostruirti come donna prima di tutto, come amica, come lavoratrice.

E inizi a vagabondare letteralmente per la nuova città, cercando di perderti solo per poi ritrovarti, speri di incrociare qualche sguardo amichevole per strada e intavolare una conversazione con un’estraneo, che studi attentamente pensando “diventeremo amici?”, ti autoinviti, con o senza marito, a quei social event che magari in Italia detesti ma che speri qui siano l’occasione per conoscere qualche expat come te, giusto per non essere troppo ambizioso e diventare amico subito di qualche indigeno.

E mentre tu, moglie expat, passi mezza giornata sul web per capire se dove sei finita puoi trovare un lavoro che ti piaccia e l’altra metà a zonzo per imparare i nomi delle strade e gli orari dei negozi, mentre fai tutte queste cose sentendoti tendenzialmente anche un po’ cretina nemmeno ti accorgi del costume da supereroe (e dico eroe, non eroina) che ti stai cucendo addosso da sola. Nemmeno lo vedi quanto è bella e luccicante questa armatura e quanto ti renda speciale: lo vedono però tuo marito (spesso), i tuoi amici in Italia (alcuni), i tuoi genitori (a volte), i tuoi figli (forse, un domani).

Ma presto, cara moglie expat, arriva quel momento in cui torni da un viaggio, magari dopo essere stata in Italia e capisci di tornare a casa, ti rendi conto che quel paesaggio dalla finestra ormai ti piace e ti rassicura, riesci a stare bene, con te stessa, con amiche che magari non saranno tali per sempre (o forse sì?), con la lingua che hai faticato a imparare e che ora ti permette invece di far sapere agli altri che simpatica guagliuncella tu sia.

Ti senti a casa, semplicemente.

Ti senti cosi bene che quasi non ti importa in quale paese tu sia finita: vorrà dire allora, che tra tutti quegli scatoloni, tu non ti sei mai davvero persa.

… almeno fino al prossimo trasloco!

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