Il mio criticato matrimonio

Sposarsi senza parenti, andare un mese in Giappone e dirlo ai propri genitori solo al ritorno.Tutto é possibile, quando si é complici. Vi racconto il mio matrimonio.

 

 

La sera che ho conosciuto mio marito, ancora prima di chiedere il nome, mi ha chiesto di sposarlo.
Io ho risposto con una risata da gallina buttando la testa all’indietro.

Quando andavo al liceo, per guadagnare la paghetta settimanale, accompagnavo la fotografa del mio paesotto ai matrimoni.

Mi sono fatta così un paio di stagioni estive facendo da portaborse: le passavo gli obiettivi, elargivo sorrisi finti e durante la messa mi annoiavo tremendamente, in alcuni casi anche dopo la messa.

Alcune cerimonie erano davvero una lunga e inutile recita, con troppe ore da passare aggrappati ai tavoli e a fare brindisi con baci obbligati.
Le foto poi, le trovavo copie una dell’altra, cambiavano solo i personaggi. Indimenticabili anni ’90.

L’istituzione matrimonio l’ho sempre vissuta con grande rifiuto e quei matrimoni mi davano conferma, ogni volta un po’ di più, che io, un matrimonio tradizionale, non l’ho avrei mai e poi mai voluto, oltre al fatto che non mi sarei mai sposata, per carità.

Quando ho incontrato Alessandro, il suo pensiero riguardo al matrimonio, sembrava l’estensione del mio e quando mi ha chiesto di sposarlo non ho dubitato per un attimo. Avevamo le idee chiare ed eravamo d’accordo su tutto.

La vita però è imprevedibile e la nostra idea iniziale, quella di sposarci durante uno dei nostri viaggi, completamente soli, è saltata per una serie di ragioni.

L’idea di sposarci invece no, così mentre due anni fa prenotavamo il nostro ritorno in Giappone, Alessandro mi ha chiesto di sposarlo e ho detto sì.

Una richiesta semplice, senza diamanti, fuochi d’artificio o Bruno Mars con “Marry You”.

“Ci sposiamo come abbiamo sempre voluto?”
“Si”
“Senza parenti, genitori, fiori, prete, fede e ristorante?”
“Sì!”

Di li a poco abbiamo prenotato un volo per Tokyo e preso un appuntamento in comune per fissare la data.

Giovedì 30 luglio ore 14, 30 o forse 15,30, con le date e i numeri sono una frana.

Per due mesi abbiamo vissuto con questo piccolo segreto, lo abbiamo detto ai nostri testimoni e abbiamo continuato a vivere come se niente fosse.

Ogni volta che si andava a casa dei nostri genitori di fronte alla domanda “Progetti estivi?” raccontavamo entusiasti del nostro ritorno in Giappone, un mese a Tokyo.

Non ho vissuto quei mesi in preda all’euforia, ero tutto sommato tranquilla e la maggior parte delle poche cose che dovevamo fare, le abbiamo fatte all’ultimo: comprare un vestito, dirlo agli amici senza dirglielo davvero e prenotare un locale per l’aperitivo.

Non volevamo regali, entrambi non eravamo interessati a riceverli né gradivamo e gradiamo tutto quello che ruota economicamente attorno a un matrimonio sia per chi si sposa sia per chi deve partecipare.

Spesso, lo sappiamo benissimo, si partecipa per convenzione e forma e magari ci deve investire mezzo stipendio rinunciando alle ferie.

Se non hai rapporti intimi con gli sposi, vieni anche giudicato in base a quanto metti. La faccia si deve salvare, anche se rimani con le pezze al culo fino al mese prossimo.

Non ho mai compreso perché spendere centinaia di euro per fiori, noleggio auto, mancia al prete o trucco da sposa così come molti non comprendono come abbiamo potuto sposarci senza tutto questo.

Scelte.

Noi non volevamo niente di tutto ciò. Il matrimonio era una cosa nostra, un fatto privato fra me e lui.

Volevamo solo gli amici a cui tenevamo di più per fare un brindisi, poi saremmo partiti per Tokyo dopo tre giorni e al ritorno, lo avremmo detto alle nostre famiglie.

Ho scelto le mie testimoni e lui i suoi. Sara, in Italia e Laura, dalla Cina.

Sara voleva che facessimo almeno un giro per negozi alla ricerca del vestito, accetto.

E cosa mi metto??? Un abito che posso riutilizzare!

Quel giorno mi trascinavo un po’ senza voglia alla ricerca dell’outfit perfetto e se facevo l’errore di dire alla commessa di turno che cercavo un abito per il mio matrimonio, mi proponeva cose bianche o rosa, pizzi e sete, vestiti lunghi o da cerimonia.

A me non piaceva nulla e Sara, quel giorno, ha avuto molta pazienza. A fine giornata entriamo in un ultimo negozio e lo vedo.

Vedo il mio abito da sposa. Lo indossavano le commesse, era la loro divisa. Un abito grigio, scollo rotondo, maniche corte, lungo al ginocchio, totalmente anonimo davanti ma con delle balze bianche sul fondo schiena.



Lo prendo, dico a Sara.
Voglio quello.

Mi consulto con la sarta del negozio che, inorridita dalla mia scelta decide che no, devo assolutamente sembrare un po’ sposa e allora, mi propone di inserire del tulle bianco fra una balza e l’altra, tulle che avrei potuto togliere in seguito per continuare a mettere il vestito.

Accetto.

Accompagno Ale in un negozio vintage tre giorni prima delle cerimonia, ci divertiamo tutto il pomeriggio e torniamo a casa con due camicie e un gilet per lui.

Bene, ci siamo quasi, facciamo mente locale, dobbiamo decidere dove andare a fare un aperitivo e come dirlo ai nostri amici più intimi senza dirglielo.

Scegliamo un posto sul lungo Po, ci piace l’idea della vista fiume la sera, ci dicono che è tutto pieno.
Piccola delusione e scegliamo il locale pochi metri più in là, noi volevamo il fiume a tutti i costi.

Le poche persone che sapevano del nostro progetto erano felici ma qualcuno ha comunque giudicato la nostra scelta, soprattutto perché non lo avremmo detto ai nostri genitori.

Anche dopo, quando ormai tutti sapevano, ci sono state reazioni contrastanti, quasi tutti si sentivano in dovere di dire qualcosa.

Un giudizio anche latente si percepiva, i “Se siete contenti voi..” ho smesso di contarli, la variante era “Io capisco la scelta ma..”.

Io stessa non sono stata percepita come una reale sposa, frasi, battutine tra il serio e il faceto mi ricordavano che comunque, se ti sposi senza spettacolo, non sei molto degna di nota.

Alcune cose mi hanno ferita, altre mi hanno fatta arrabbiare sia prima sia dopo il fattaccio.

Le uniche persone da cui potevo accettare qualsiasi reazione erano mamma e papà, era lecito, sapevo benissimo che ci sarebbero rimasti male ma sono andata avanti lo stesso.

Una settimana prima, mandiamo un messaggio agli invitati, 17 persone circa.

Io e Alessandro ci dividiamo equamente le persone, a ognuno di loro chiediamo singolarmente se ci saremmo visti per un aperitivo quel giovedì sera, per salutarci prima della partenza delle vacanze estive. A ognuno di loro facciamo credere di essere gli unici presenti.

Giovedì 30 luglio- Oggi mi sposo!

Alessandro la notte prima mi ha lasciato casa, è andato a dormire da un amico. Io ho passato la serata sul divano con le mie testimoni e Laura, ha dormito da me.

Abbiamo passato parte della notte a parlare sul balcone: di noi, della vita, di quello che sarebbe stato.

L’addio al nubilato perfetto e me lo porto nel cuore.

L’agitazione, quella vera, è arrivata la mattina dopo. Un’agitazione folle mista a felicità pura: mi stavo per sposare! Laura mi ha aiutata a calmarmi.

Ale è arrivato qualche ora prima della cerimonia e con lui anche Sara, siamo usciti di casa noi quattro, col sole di luglio, abbiamo preso un caffè, non ricordo nessun discorso, solo risate e gioia e abbiamo preso il tram per andare a sposarci.

Il tram numero 4 ci ha portato nei pressi del comune, lì ci hanno raggiunti i testimoni di lui. Abbiamo fatto qualche foto stupida, non ne abbiamo una decente e pochissime insieme.

Quando è toccato a noi, le mani sudavano e il passo sui tacchi era incerto, gli ho stritolato le dita.
La cerimonia in sé una vera e propria lettura contrattuale, ricordo poco o nulla tanto ero emozionata e sfacciatamente felice.

Nonostante fossimo solo sei, noi due inclusi, non sono mancate le lacrime: ne abbiamo fatti piangere almeno tre!
Dopo è stata una festa, dentro e fuori.

Ci siamo riposati un po’ e verso sera, senza cambiarci, siamo andati sul lungo Po: ci aspettavano, ignari, i nostri amici di sempre e i miei fratelli.

Alcuni hanno capito subito, altri ci hanno guardati straniti, perché anche se non eravamo vestiti come due veri sposi, non eravamo nemmeno vestiti come al solito, qualcuno ha pianto, qualcun altro ha gridato un “Siete matti!” e abbiamo passato una piacevole serata, senza brindisi incrociati né baci obbligati.

La sera tardi ci siamo ritrovati soli a casa, la sorpresa era riuscita e la giornata era finita, purtroppo, molto in fretta.

La mattina dopo mi sono svegliata e volevo sposarlo di nuovo.

Mi sarei risposata altre mille volte solo per riprovare la stessa emozione.
Questo lo ricordo nitidamente.

Il mese trascorso in Giappone è stato incredibile, tanto ci siamo amati. Ricordo ogni momento importante e ogni momento stupido e se potessi, vorrei essere lì ora.


Il ritorno dal viaggio, ci ha riportato alla realtà; avevamo ancora da affrontare i nostri genitori.

Questa parte ve la risparmio perché non è stata facile, consci dell’aver rubato un’emozione ma senza rimpianti per la scelta fatta.

Eravamo a pranzo dai miei e come al solito, ci parlavamo tutti sopra. Ho alzato la voce per attirare la loro attenzione, dopo aver passato tutto il viaggio in macchina con Alessandro a dire:

“Lo dici tu, sei l’uomo!”

“No, lo dici tu, sei la figlia!”

Quando mi fa comodo, la differenza di genere mi sta a cuore.

“Devo dirvi una cosa!”
Silenzio. Sorrisino fra mia madre e mio padre.


“Sei incinta?”
“Sono ingrassata?”
“No..”
Silenzio.

“Ci siamo sposati!”
Silenzio.

“Non è vero..dove sono le fedi?”
“Non le volevamo ma è vero. Ci siamo sposati…un mese fa!”

Silenzio.

Chi ha rotto il ghiaccio da buon siciliano è stato mio padre:

 “M*****a!”