In Piemonte a caccia di streghe per Halloween

“Che cosa è la donna se non un nemico dell’amicizia, un’inevitabile punizione, un male necessario, una tentazione naturale?”
Halloween si avvicina, andiamo in Piemonte a cercare le masche

Appena fuori da Torino ci sono le Langhe, dove sono cresciuta, e le sue colline mi stregano sempre, ogni volta, come la prima volta.
Zona a cavallo fra la provincia di Asti e di Cuneo, le Langhe sono caratterizzate da un vasto territorio collinare che regala splendide fotografie in tutte le stagioni.
Cuore pulsante della zona è la città di Alba e di ragioni per fare un giro da queste parti ce ne sono parecchie: la cucina, l’ottimo vino, i paesaggi, la Nutella, il pregiatissimo tartufo, Beppe Fenoglio e i luoghi della Resistenza partigiana, la possibilità di fare trekking lungo i sentieri che, di collina in collina, vi porteranno da un paese all’altro circondati dalle vigne e, per chi ama il fascino dei luoghi misteriosi, è proprio qui che dovete venire a cercare le masche.

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Ma facciamo un passo indietro nella storia e parliamo di Inquisizione, istituzione ecclesiastica fondata dalla Chiesa Cattolica per infliggere pene a chi veniva considerato eretico tramite il famoso Tribunale.
Chiunque predicava e sosteneva teorie contrarie a tutto ciò che era profondamente cattolico, veniva riportato “sulla retta via” attraverso gli inquisitori designati dalla Chiesa e questo non avveniva in modo carino, né simpatico: Giordano Bruno fu condannato al rogo per eresia e bruciato vivo in piazza Campo dei Fiori a Roma.

Le sue colpe? Diverse. Non credeva alla verginità di Maria, aveva opinioni contrarie alla fede cattolica, praticava la divinazione e la magia, aveva opinioni eretiche sull’incarnazione di Cristo e molte altre teorie che non erano gradite.
Questo periodo storico fu caratterizzato da persecuzioni organizzate, con centinaia di morti bruciati e torturati a testimoniare la follia della superstizione.
Un capitolo a parte fu rappresentato dalla caccia alle streghe  a cui i vari film cult o serie tv dedicate non possono assolutamente rendere giustizia né dare un’idea di quello che effettivamente accadde.
Durante i secoli in cui in tutta l’Europa impazzava il tribunale dell’Inquisizione, circa 60.000 donne vennero bruciate vive a fronte di 110.000 condanne, condotte al rogo se anche solo sospettate di praticare stregoneria.
Un “preparatissimo” entourage di inquisitori ruotava intorno alla Chiesa e al papa di turno.
Innocenzo VIII in Germania designò due teologi, Heinrich Kramer e Jacob Sprenger, come specialisti nel riconoscere le streghe. I due stilarono un vero e proprio manuale che conteneva tutte le informazioni per riconoscere, interrogare e tormentare le vittime. Un vero best seller, ristampato più e più volte fra il 1486 e il 1669 fino a raggiungere una tiratura di 35.000 copie, per quei tempi cosa assolutamente eccezionale. Di particolare interesse è uno dei pensieri chiave di questa accozzaglia di credenze mascherate da connotazioni teologiche:
“Che cosa è la donna se non un nemico dell’amicizia, un’inevitabile punizione, un male necessario, una tentazione naturale?”.

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Sulla base di questo scientifico assunto, le streghe fecero la fine che fecero.
E le masche? Anche. Perché le masche sono le streghe nella cultura popolare e contadina del Piemonte, regione antica, ricca di vicende e tradizioni, che ha accolto in sé questa figura misteriosa, affascinante e spaventosa nello stesso tempo.

Le Masche sono una delle tradizioni piemontesi più radicate: non c’è frazione, borgata, paesino, montagna o collina che non abbia la sua personale vicenda sulle masche.

Aneddoti che scandivano le lunghe veglie invernali passate nelle stalle, dove ci si ritrovava dopo una lunga giornata di lavoro nei campi; storie da pelle d’oca o buffe da scambiarsi sotto il cielo stellato estivo, quando la notte prendeva il posto del giorno e il caldo torrido lasciava il posto alla brezza delle colline.
Tipicamente piemontese è dire frasi come: “Sono state le masche” o “Ci sono le masche”.
Le masche erano descritte come donne malvagie, con la pelle ruvida, grinzosa e dura, gli occhi annacquati e lo sguardo maligno, che si divertivano a burlarsi dei contadini e dei viandanti nei boschi, nelle loro stesse case o per le strade.
Molto comune è sentirsi dire dagli abitanti delle Langhe di fare attenzione in prossimità di alcuni tornanti poco sicuri: sono chiamati le “curve delle masche”, dove ogni anno si contano molti incidenti, anche banali.
Per cercare le tracce di queste figure leggendarie è sufficiente uscire da Torino e raggiungere Alba, a circa sessanta chilometri.

Per cercare le streghe si parte da Alba

 

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Il centro storico albese si può visitare tranquillamente in un paio di ore: partendo dalla storica Piazza del Duomo, imboccate Via Vittorio Emanuele.
Potrete perdervi in alcune piccole e deliziose vie laterali rimirando i diversi stili architettonici che vanno dal liberty al medioevale.
Inciampando nei sanpietrini del centro, degustate i prodotti locali a base di tartufo, crema di nocciole o grappe aromatiche, prodotti proposti dalle enoteche che trovate disseminate lungo la via, e così, molto lentamente, raggiungerete l’elegante piazza Savona.
Fate una sosta in uno dei tavolini all’aperto dei bar che la circondano, fatevi baciare dal sole mentre osservate l’eleganza dei suoi abitanti e sorseggiate un buon bicchiere di vino locale.
Rifocillati e riposati, riprendete la strada per raggiungere le colline e “andar per masche”.

Dove? Qui

Iniziando a salire, a soli undici chilometri vi troverete a Barolo, paese adagiato su un altopiano e circondato dai rilievi circostanti a mo’ di anfiteatro. Il comune è un vero e proprio “paese del vino”. Ci sono diverse enoteche in cui potrete degustare e acquistare il nettare degli dei. Sulla strada che da Barolo porta verso la Morra, altro piccolo gioiello della zona, è visibile il Castello della Volta. La sua costruzione risale al XII secolo. Lo stato della sua conservazione è decadente, avendo subito numerosi danni culminati nel 1944 da alcune cannonate a opera dei tedeschi.
Oggi è in stato di semi abbandono, ma la sua posizione regala un colpo d’occhio incantevole. All’inizio del XVII secolo, durante una festa orgiastica, il soffitto crollò misteriosamente e tutti i partecipanti “finirono all’inferno” dopo “essere stati privati delle loro anime”. Si dice che ancora oggi, nelle notti di luna piena, le masche e le ombre di coloro che morirono si riuniscano nelle sale del castello facendo udire i loro lamenti.

La storia di Micilina

Originaria di Barolo è anche la protagonista della prossima storia, Micilina, che si innamorò di un uomo di Pocapaglia: è qui che dobbiamo spostarci per conoscere la sua vita. Siamo nel Roero, a circa 18 chilometri da Alba, tra rocche e burroni che al tramonto si tingono di caldi arancioni.
Micilina era una donna piccola e dai capelli rossi la cui storia è tramandata dal 1700 grazie ad un manoscritto che si trova oggi al Museo di Palazzo Traversa di Bra, insieme ad alcuni reperti del processo cui fu sottoposta.
Come forestiera, Micilina venne da subito additata dalla comunità. Si diceva che non avendo voglia di lavorare, si nascondeva per evitare di sottostare agli ordini del marito; in realtà, essendo questo un ubriacone e un violento, la povera donna si nascondeva per non essere maltrattata. Lamentandosi continuamente della moglie e delle sue sparizioni, tutto il paese iniziò a indicarla come masca. Una serie di eventi sfortunati e dicerie iniziarono a perseguitala: si diceva che chiunque avesse avuto a che fare con lei sarebbe caduto in disgrazia.
Un giorno, mentre Micilina chiacchierava con altre compaesane, toccò la spalla di una ragazza a cui il giorno dopo crebbe la gobba.
Un’altra giovane era invece diventata tutta storta sempre in seguito al suo tocco. Ma la sorte peggiore toccò al marito che morì cadendo da un gelso.
La povera donna fu accusata e processata senza indugio, torturata in modo ignobile, tanto che per mettere fine alle sue sofferenze ammise di essere una masca: fu così impiccata e bruciata viva su quello che oggi viene chiamato Bric d’la Masca, un’altura tra due voragini a nord di Pocapaglia.

Oggi il turista ha la possibilità di percorrere il Sentiero della Masca Micilina che, per circa 4 chilometri e mezzo, si snoda nella natura misteriosa del Roero e ha l’obiettivo di divulgare le storie popolari della cultura contadina e di rendere omaggio alle Micilina vittime dell’Inquisizione.

Per i loro riti magici, anche le masche avevano i loro strumenti del mestiere. Il più famoso fra tutti, scritto da un autore d’eccezione, il Diavolo, era Il Libro del Comando. Contenente riti e formule magiche e tramandato di masca in masca come voleva la tradizione, il libro probabilmente altri non era che una sorta di “ricettario segreto” delle donne contenente rimedi di bellezza, ricette per decotti naturali e altri piccoli segreti di cosmesi e cura con le erbe officinali.
Nell’immaginario folcloristico piemontese esiste un luogo in cui le masche si procuravano il manoscritto e per trovarlo dovete spostarvi a Vesime (provincia di Asti).
Il castello diroccato, risalente al XII secolo, viene designato come luogo preferenziale per lo svolgimento dei sabba, i convegni delle streghe alla presenza di Satana, occasioni in cui venivano compiute pratiche magiche e riti particolari. L’interno del torrione, oggi restaurato e ben visibile, era il luogo prediletto per il passaggio de Il Libro del Comando.
Le masche piemontesi erano in realtà erboriste e levatrici, profonde conoscitrici della natura e dei suoi segreti, donne che avevano semplicemente acquisito particolari conoscenze e le mettevano al servizio della comunità.

A Novembre, la fiera di San Martino in onore alle streghe

 

castle-407087_1280La loro presenza ha popolato il sonno e gli incubi di molti bambini, uomini e donne che si sono tramandati oralmente le loro storie, di generazione in generazione, così profondamente radicate nella cultura contadina dell’Alta Langa che paesi come Paroldo hanno creato un’associazione turistica-culturale legata alle masche e altri come Sinio (dieci chilometri da Alba) festeggiano ogni anno ad agosto la notte della masche.
Paroldo ha certamente sfruttato parte di questa tradizione orale trasformandola in un’opportunità culturale: l’associazione Masche di Paroldo nasce nel 1997 in un comune di soli 240 abitanti. All’ingresso del paesino, trovate un’insegna che recita Paroldo- pais dër masche.
Siamo nelle Langhe meridionali, distanti 50 chilometri circa da Alba e un’ora e mezza da Torino. Il paesino è circondato da morbide colline.
Anche qui le masche erano di casa e gli aneddoti legate ai loro scherzetti non si contano più; la massima celebrazione della loro figura avviene durante la fiera di San Martino che si celebra un fine settimana di novembre.
L’evento punta sulla gastronomia della tradizione: la bagna cauda, a base di olio, aglio e acciughe da accompagnare al verdure cotte e crude.
Negli anni l’appuntamento con la cena “della bagna cauda” si è talmente esteso che per poter ospitare più partecipanti, i paroldesi mettono a disposizione la loro casa e dopo la cena i visitatori possono avventurarsi (accompagnati) in una suggestiva passeggiata notturna “sui sentieri delle masche” per vedere e ascoltare alcuni racconti da pelle d’oca.
Uno dei poteri più conosciuti delle masche era quello di trasformarsi in animali: capre, mucche, pecore, cavalli, cani famelici o peggio nelle civette, annunciatrici di morte e disgrazie.

L’animale domestico che viene citato più frequentemente come oggetto di trasfigurazione delle masche è il gatto, considerato nella tradizione popolare come un animale diabolico. Una delle storielle con cui sono cresciuti i bambini piemontesi, ognuna con piccole e diverse varianti, è questa:

Una sera un gruppo di ragazzotti che a piedi stavano raggiungendo un villaggio vicino per andare a trovare le loro fidanzate, scorsero in mezzo a una strada una grossa mucca. Pensando che si fosse persa, uno di loro, utilizzando la fascia che usava per tenere su i pantaloni, la legò con l’intenzione di portarla al villaggio e riconsegnarla al suo padrone. Arrivati in prossimità delle prime case, la mucca si liberò con uno strattone e scappò. Poco dopo, questi giovanotti giunsero a casa della morosa di uno di loro e la videro tutta agitata mentre cercava nervosamente di liberarsi da una fascia che le stringeva il collo, la stessa che poco prima era stata usata per la giovenca”.

Fu così che uno dei giovanotti seppe che la sua fidanzata era una masca. Questo uno dei poteri più comuni a loro riconosciuto.
Potevano anche spostarsi in volo, come ogni strega che si rispetti, e provocare morte e malattia.
Le morti neonatali più frequenti in quell’epoca trovavano nella masca il perfetto capro espiatorio per un dolore e una perdita inaccettabile a livello emotivo e inspiegabile per il basso livello scientifico.

Situazioni in cui il neonato piangeva ininterrottamente, era in preda a delle semplici coliche o casi più gravi come delle malformazioni congenite, avevano bisogno di una spiegazione che andasse oltre la fede.
In questi casi una donna che non aveva avuto figli e versava quindi in una condizione di invidia, secondo la collettività, era da considerarsi perfetta come masca.

Sempre a loro erano imputate le grandi calamità naturali che distruggevano il raccolto e il duro lavoro di mesi nei campi: i violenti nubifragi, le nevicate incessanti e la nebbia che in questa zona poteva essere fitta e perenne e faceva disperdere i viandanti.
Per tutto questo, esaurite logiche risposte, ne rimaneva una che era sempre valida: era colpa di una masca.
Oggi queste figure leggendarie continuano a vivere in questa regione d’Italia. Le si ritrova non solo nei sentieri turistici costruiti ad hoc per il camminatore esperto o il turista curioso, ma ne è permeata anche la lingua locale.
Espressioni come “furbo come una masca” a indicare una persona astuta e inaffidabile o far vedere le masche in seguito a un dispiacere a una disgrazia, sono ancora in uso e perfettamente normali in questa parte di Italia.

Se, seduti al tavolino di un bar, nell’elegante piazza Savona, vi sparirà qualcosa dal tavolo, un mazzo di chiavi, un accendino, un’agendina, potrete dire che vi è stato rubato dalle masche. Nessun albese vi chiederà che cosa significa.

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Fonti Bibliografia:
Bertone E., Leggende e credenze delle Alpi Piemontesi, Priuli e Verlucca, Torino, 2013
Centini M., Creature fantastiche. Fate folletti mostri e diavoli. Viaggio nella mitologia popolare in Piemonte Liguria Valle d’Aosta, Priuli e Verlucca, Torino, 2012
Merlo Grado G., Inquisitori e Inquisizione nel Medioevo, Il Mulino, 2008


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