L’Uzbekistan delle donne

Fate un viaggio in Uzbekistan, parlate con le donne, frequentate i loro posti, solo così entrerete in contatto con loro. 
Il mio pomeriggio dalla parrucchiera uzbeka.

Il motivo che mi spinge a viaggiare, fra tutti, sono le persone.

Apprezzo i paesaggi sconfinati e i sapori diversi dei cibi che non conosco, la tenerezza degli animali e l’architettura differente da quella che mi è familiare, ma in ogni viaggio ricerco il contatto con le persone.

A volte essere uomo o donna fa la differenza, ti preclude o include in certi contesti e quando succede mi dispiace ma allo stesso tempo mi sento una privilegiata.

Mi sento privilegiata se sono in Giappone e all’ultimo piano di una sala giochi posso entrare nella zona beauty destinata alle donne, godo mentre le osservo rimettersi a posto il trucco gesticolando in un modo che non appartiene alla mia prossemica.

Mi sento privilegiata se in una moschea di Istanbul ho accesso alla zona di preghiera tutta femminile e mi nutro con loro di un religioso silenzio fatto di vuoti che riempiamo in modo diverso.

Mi sento privilegiata se in un bagno marocchino posso osservare le donne lavarsi e ascoltarle parlare in una lingua che non conosco immaginandone i discorsi.

Mi sento fortunata se in Uzbekistan posso andare dal parrucchiere di quartiere e in punta di piedi sfiorare un mondo che non mi appartiene.

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Lui si chiama Sanjar, ha 37 anni, ed è originario di Tashkent, Uzbekistan. Lo conosciamo durante un viaggio effettuato l’anno scorso con altre due moglinviaggio (io mi sarei sposata di lì a quattro mesi).

Sanjar è una guida turistica, parla uzbeko, russo e inglese; ha una laurea in letteratura inglese e ha viaggiato molto sia in Europa sia negli Stati Uniti, oltreché in tutti gli -Stan limitrofi al suo paese.

E’ un uomo colto e bello rispetto alla media, piacente nei modi e nell’aspetto.
Non ha denti d’oro come la maggior parte dei suoi connazionali e ha un aspetto fresco sia nel look sia nel modo di interagire con noi tre, turiste, donne, viaggiatrici senza marito.

Sta accompagnando un gruppo di iraniani a fare un tour nel suo paese e per questo lo vedremo più volte poiché, per una serie di coincidenze, il loro tour è simile al nostro, quindi trascorreremo alcune serate insieme.

Ci racconta che molti iraniani fanno viaggi in Uzbekistan per potersi rilassare e divertire, ballare, bere un drink, le donne per togliere il velo, per fare cose per noi scontate e semplicemente ovvie.

Per una decina di giorni farà da guida a un gruppo di iraniani colti e benestanti per un tour culturale nel suo paese, un tour che in realtà, caduta la maschera, è una boccata di ossigeno per queste persone, una parentesi di leggerezza dalla loro vita.

Siamo in un locale a Samarcanda quando lo conosciamo e stiamo festeggiando con gli uzbeki il Navruz, la festa che ogni anno a marzo celebra la vita, la primavera, un nuovo inizio.

Guardo le donne iraniane che ci indica Sanjar. Sono belle e piene di vita, hanno i capelli sciolti e sono leggermente truccate.
Si muovono con grazia nei loro abiti eleganti e sorridono. Ci sorridono.

Io sono lì con le mie amiche; siamo sole, senza una guida e i nostri mariti sono in Italia.

Quando torneremo a casa, continueremo a vederci per fare aperitivi e feste tutti insieme, uomini e donne, continueremo ad avere i capelli sciolti e scoperti in pubblico, continueremo a poter scegliere, se ci va, di essere sobrie o appariscenti nei modi e nel look, continueremo a essere come siamo lì, in quel momento.

Sanjar è sposato e ha un figlio.
E’ brillante, acuto, ci offre spunti di conversazione interessanti e risponde a tutte le nostre domande; pare non dare nessun peso al fatto che viaggiamo sole, senza una presenza maschile.

Lo tempestiamo di domande sulla sua cultura, su quello che per una donna è lecito o no fare; lui d’altronde ha dimostrato fino a quel momento una apertura mentale straordinaria.

Quando, fra le tante curiosità, chiediamo se sua moglie è su Facebook, Sanjar risponde così:
“Se mi fiderò abbastanza di lei, potrà avere un suo account; adesso può usare il mio. Lei non ne ha bisogno”.

Fondamentalmente sua moglie non può fare molto senza il suo permesso.
Lui conosce perfettamente tutti i suoi bisogni. Nessun dubbio trapela nella voce e nello sguardo.

Sanjar perde la lucentezza che aveva avuto ai miei occhi fino a quel momento e tutto diventa opaco.

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Lei si chiama Amina, ha 25 anni ed è originaria di Bukhara.

Questa magnifica città è la seconda tappa del nostro tour. Ci muoviamo incantate nel centro storico fra le maioliche azzurre delle moschee e la gentilezza dei suoi abitanti.

Un giorno, per caso, finiamo in una zona distante dall’aerea turistica, una zona più popolare e più autentica. All’improvviso i nostri occhi  vengono attirati da un negozio: una parrucchiera.

Sbirciamo dalla vetrina come tre bambine; oltre alla proprietaria c’è una ragazza. Le due ci sorridono e ci fanno segno di entrare.

Sta facendo alla sua cliente le sopracciglia ma non come le fanno da noi. Queste sono molto più belle e per farle non usa le pinzette o la ceretta: usa il filo.

Abbiamo visto moltissime donne con sopracciglia perfette da quando siamo arrivate e la nostra vanità ha preso il sopravvento.

Le vogliamo anche noi e io voglio anche dare un’aggiustatina al mio taglio.
Lei non parla inglese e a gesti le facciamo capire che torneremo il giorno dopo.

Il pomeriggio seguente torniamo al negozio e questa volta non c’è nessuno.
Quando ci vede entrare, sorride, ci indica gentilmente di sederci e prende il telefono.

Parla animatamente con qualcuno, poi mi porge l’apparecchio e dall’altro capo una voce femminile mi chiede, in inglese, che cosa vogliamo che ci faccia.
Do istruzioni per un taglio e sei sopracciglia da mettere a posto.

Fra sorrisi e gesti, ci fa capire di attendere un attimo perché a minuti sta per arrivare la ragazza con cui abbiamo parlato per fare da interprete.

Si chiama Amina, è molto bella e giovane, insegna inglese alla scuola locale e le sue sopracciglia non sono perfette, anzi.

Sono unite e una folta peluria le rende senza forma, creando uno spiacevole contrasto con la dolcezza dei suoi lineamenti.
Sono la prima a passare e si parte dalle sopracciglia.

In Uzbekistan sono una vera e propria arte; usano il filo, puliscono tutta la zona eliminando la più piccola peluria e poi passano l’henné per colorarle. Chiedo di non lasciarlo agire troppo perché non voglio un effetto pesante.

Dopo essermi ammirata allo specchio, passo al lavandino e poi al taglio; nel frattempo è il turno delle mie amiche.

Durante tutte queste operazioni di bellezza, il negozio inizia a riempirsi di donne del quartiere, il vociare aumenta, le chiacchiere si moltiplicano. Fra clienti e curiose, noi siamo trattate come delle vere star ma loro non sanno che, per noi, le star sono loro.

Amina è di una gentilezza incredibile, ci racconta che si sposerà il mese prossimo e solo allora avrà il permesso di farsi le sopracciglia e depilarsi, perché diventerà una moglie.

Scopriamo così una cosa nuova.
Il negozio ben presto diventa un vero e proprio salotto di confidenze; la cosa che le sciocca di più è che siamo lì, senza nessuno.

I vostri mariti vi fanno viaggiare da sole?” ci sarà chiesto più volte. Sono esterrefatte, sorridenti e curiose.

Noi siamo sfrontate, vista l’allegria e la complicità che si è creata.
Grazie alla fondamentale traduzione di Amina, chiediamo se fra loro parlano di sesso e si raccontano quello che succede con i loro mariti.

Non è consentito il sesso prima del matrimonio e, oltre ad Amina, c’è un’altra futura sposa che si dichiara spaventata all’idea della prima notte di nozze.

Ridono in maniera scomposta, si agitano e sghignazzano, non si capisce più niente, sembra di essere a Torino quando faccio un aperitivo con le mie amiche e le chiacchiere sono altamente femminili.
In un miscuglio di russo, italiano, tajiko, uzbeko e inglese, stiamo comunicando.

Le stesse donne che avevamo incontrato nei giorni scorsi (miti, silenziose, da sole con i figli, accanto ai mariti nei locali o in giro per strada) improvvisamente ci stavano spalancando un mondo che fino ad allora ci era stato definitivamente precluso.

Mi ritrovavo a chilometri da casa in un piccolo e modesto negozio ed ero allo stesso tempo vittima e protagonista di una magia.

Protette dalle pareti di un luogo esclusivamente femminile, fra le donne, lontano dalle regole e dalle orecchie dei maschi, quelle ragazze stavano condividendo alcuni piccoli segreti con noi, ci stavano regalando sorrisi e occhiate furbette in una lingua che non conoscevamo ma in un linguaggio universalmente noto: la complicità femminile.

Non avevamo bisogno di altro per sentirci.

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Ho desiderato con tutta me stessa che quel momento non finisse mai e grazie ad Amina si è prolungato.

Uscite dal negozio, infatti, Amina ha insistito per farci vedere la sua casa e presentarci la sua famiglia e noi non ci aspettavano così tanto.

Amina abita a pochi minuti a piedi da lì. Siamo entrate in un vasto cortile dove il papà stava lavando l’auto, ci ha presentate e ci ha fatto entrare in cucina.

Ci ha mostrate le due stanze in cui vivono, lei, i genitori e il fratello.
Una zona per mangiare e un piccolo salotto. Poi ci ha fatto uscire di nuovo per portarci in un’altra zona della casa da cui si entrava attraverso un’altra porta affacciata sul cortile.

Lì c’erano altre due camere: un salotto grande e una camera da letto. Quella era la zona in cui abitava suo fratello con la moglie.

Amina ci racconta che il mese prossimo, appena sposata, abbandonerà la casa paterna per andare a vivere con il marito e i suoceri. La stessa cosa è stata fatta dalla cognata qualche tempo prima.

Lei aiuterà in casa la suocera, si accollerà la maggior parte dei lavori perché è così che si fa ma, nonostante questo, non vede l’ora di sposare il suo amato. Ci mostra una sua foto, è contenta.

I suoi occhi brillano come quelli di una qualsiasi sposa felice nel mondo.

Arriva il momento dei saluti, le chiediamo se possiamo scambiarci i contatti ma lei ha solo un numero di telefono, non può darci altro.
Chiediamo ingenuamente un indirizzo mail o un contatto Facebook.

Amina ci dice che solo suo fratello può avere una mail e un account che lei può usare in caso di necessità e, una volta sposata, questo potere decisionale passerà al marito: solo se lui vorrà potrà avere un suo indirizzo di posta elettronica o un suo profilo social.

Lei in ogni caso è contenta, perché suo marito la farà lavorare ancora e lei ama il suo lavoro come insegnante.

Ci salutiamo con un abbraccio e la promessa di inviarci sul telefono almeno una foto del giorno delle nozze.

Amina mantiene la sua promessa e mi scrive.
Il mese dopo mi manda delle foto bellissime di lei raggiante in abito bianco, con le sopracciglia perfette e il trucco impeccabile, stretta al suo amore.

La guardo, sorrido e provo una fitta alla bocca dello stomaco.
Non voglio farle dei semplici auguri.

Allora dopo averci pensato molto le scrivo che le auguro di essere una donna libera e felice.
Lei mi ringrazia e mi augura lo stesso.

Amina non l’ho mai più sentita ma ci penso spesso.
Mi chiedo come avrà interpretato il mio messaggio, mi dico che la libertà che le ho augurato quel giorno ha un sapore occidentale e fa parte del mio mondo, che non è più giusta o meno giusta di quella che conosce lei.

E’ solo la mia libertà ed è l’unica che io conosco. Come lei conosce la sua.

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