La mia coinquilina Cassandra

La mia coinquilina Cassandra, la greca.
Il mio appartamento è come un grande incubatore sociale, in cui i rapporti cambiano e si evolvono. Storie di donne, quelle con cui vivo.

 

Si chiama Cassandra.
Finalmente dopo Francia, Spagna e Germania, è arrivata in casa la Grecia.
Una cultura diversa, una lingua dai suoni meno familiari e i ricordi delle mie estati fra il Dodecaneso e le Cicladi.

Fra noi coinquilini abbiamo una chat che come nome ha il nostro indirizzo di casa, non è solo un gruppo WhatsApp è  come una pallina di pongo: si modella ogni volta che una persona arriva e una se ne va.

Ero in Italia l’ultima volta che è arrivata la comunicazione  “Nuovo coinquilino in arrivo!”

Ogni volta siamo come i bimbi i a Natale, stiamo per scartare un regalo nuovo che per pochi minuti avrà tutta la tua attenzione. Più o meno succede cosi con nuovi arrivati.

Ognuno di noi ha 15 minuti di gloria appena entra in casa ma almeno 45 prima di entrarci, solo che non lo sa.

Di dov’è? Quanti anni ha? Come si chiama? Sembra simpatico? Ha le tette grosse?
L’unica cosa che ci interessa davvero è che sia “uno di noi”.

Cosa vuol dire?

Che non faccia storie, che non sia una precisetti, che non si lamenti se non è tutto perfetto, che se deve lavare quattro bicchieri invece di uno lo faccia senza lamentarsi, che ci rubi la roba dal frigo, che non lavi sempre i piatti, che mangi le pizze surgelate da 1, 90 € del Pingo Doce, che….perché questo è il nostro equilibrio e ciclicamente tutti facciamo tutto.

Forse qualcuno un po’ meno ma tutti diamo una mano, non esiste il mio o il tuo negli spazi comuni.
Diciamo che il tuo te lo tieni in camera se proprio vuoi essere sicuro che la Nutella non finisca in tre giorni.

Straordinariamente riusciamo a vivere così, in armonia, e non ho scelto una parola a caso: sì, straordinariamente.
La convivenza è una delle prove più ardue per l’essere umano.

Ci si può rendere così infelici anche in due, invisibili uno all’altro ma con la cristalleria luccicante, un bagno ciascuno o i lavandini doppi. Deambulanti dai rammendi invisibili che continuano a dividere le spese.

Ogni tanto mi sembra che sia l’appartamento a scegliere le persone, per tutti gli altri esiste una selezione naturale.

Questa casa non è per tutti, lo sappiamo senza dircelo. Richiede uno spirito di adattamento particolare.

Quando é arrivata in chat la comunicazione dell’arrivo di Cassandra, le reazioni sono state più o meno le stesse.
Non si sarebbe adattata

Le prime impressioni contano, spesso, e in questo caso abbastanza ma dietro ogni mancato adattamento, ci sono storie di vita  e lecite motivazioni.

Figlia di un imprenditore della Grecia bene, Cassandra ha sempre lavorato negli uffici dell’azienda di famiglia e questa è la prima volta che esce fuori da Atene.

Per sua scelta, per mettersi alla prova, per cercare di conoscere se stessa e le sue capacità.
Per fortuna o per sfortuna è finita in questa comune.

La prima settimana non sono riuscita a vederla, quando lei rientrava io ero nella mia camera e quando lei era fuori lo ero anche io.

Una sera, mentre preparavo la cena, ho sentito la sua porta aprirsi e finalmente l’ho vista.  Io le davo le spalle, armeggiavo nel lavandino, e lei mi è passata accanto per andare in bagno. 

Ho girato la testa ma i nostri visi non si sono incrociati. Ho aspettato che uscisse, volevo presentarmi.
Manu, Cassandra, Grecia, Italia, Nice to meet you. Fine. Si è rintanata in camera.

All’inizio, come me, non cenava in salotto né in cucina. Comprava solo piatti pronti da mettere in forno, usciva solo per fare la doccia, accendere il forno, far cuocere il polpettone o la pizza, nascondersi nel suo mondo.

Non usava il suo spazio nel frigo né altro delle “cose nostre” e parlava solo con l’altra greca ma non di sua spontanea volontà.

Venendo meno la barriera linguistica, l’altra, la bellissima greca che era arrivata poco dopo di lei, la Kylie Minogue dei poveri, bussava sistematicamente alla sua porta, conscia del fatto che Cassandra cercava l’isolamento e che quando sei in una casa dove tutti parlano inglese più o meno bene, il tuo istinto di sopravvivenza ti porta ad avvicinarti a chi arriva dal tuo paese e ad essere solidale.

Io, come al solito, farcita di testardaggine  e spirito da crocerossina, mi sono prefissata di rompere il silenzio e cercare qualcosa che ci avvicinasse.

Ancora una volta è stato il cibo.

Dopo poco più di una settimana ho braccato Cassandra in cucina, infornava l’ennesimo polpettone e le ho domandato di nuovo da quale parte della Grecia arrivasse.

Abbiamo parlato delle isole, dei posti che avevo visto io e che aveva visto lei, tra una cosa e l’altra le ho chiesto se sapeva cucinare la moussaka, un piatto tipico greco a base di melanzane.

No, non era capace ma avrebbe chiamato la mamma e le avrebbe chiesto la ricetta, avremmo potuto cucinarla insieme!

La cena a base di moussaka la dobbiamo ancora fare ma nel frattempo Cassandra mi ha raccontato un po’ della sua vita, della sua voglia di rivalsa nei confronti della famiglia e mi ha invitata in camera sua qualche volta, io nella mia.

Continua a non sedersi in salotto, lo ha fatto due volte in tutto, le ho contate, si è scusata per essere stata “quasi maleducata” i primi tempi, non voleva parlare con nessuno, ha sofferto di attacchi di panico in passato e sa che questa per lei è una prova importante. La vita in tanti.

Mi ha spiegato che non ha mai vissuto con altre persone, che per lei è difficile e faticoso dividere spazi che non sono puliti come a casa sua, che non riusciva nemmeno a cucinare o a toccare il frigo, ecco perché usava solo il forno.
Tutto amplificato dalle sue fobie,  ha detto, né è consapevole.

Ora, non vi immaginate che viviamo in una discarica, solo che sui pavimenti qui non ci puoi mangiare come a casa della mia mamma, che ci ha tormentati per anni con l’uso delle pattine e io ancora oggi le detesto.

Per Cassandra tornare a casa e vedere sul tavolo 3 tazze della colazione, un pacco di farina o lo zucchero è disordine, sporco, casino. Trovare i piatti della cena del sabato sera, la domenica mattina, la manda in crisi. Cose così.

Adesso però cucina, non tutte le sere, ma cucina. E poi è generosa. Ti offre sempre quello che ha nel piatto, se va a fare la spesa chiede sempre se qualcuno ha bisogno di qualcosa e qualche volta assaggia anche le cose che le offriamo, ma devi chiederglielo almeno tre volte.

Si muove in cucina chiedendo scusa più del dovuto, come chi non si sente a casa sua né è in dovere di usare quello che è per tutti, ha un’educazione squisita.

Qui a Lisbona c’è la sua migliore amica, greca anche lei. Spesso stanno in camera insieme, chiacchierano e mangiano e io sono felice per lei, c’è qualcuno. 

Da settimane abbiamo lo stesso turno del mattino, lei esce di casa alle 6 e io alle 6.03.
Quando salgo in ascensore, il suo profumo mi circonda. E’ buono, lei è profumatissima.

In stazione siede sempre alla solita panchina e io accanto a lei, appena arrivo toglie le cuffie, ci diciamo buon giorno con gli occhi pieni di sonno e le rimette.

Chissà che musica ascolta. Una mattina magari glielo chiedo.

Tacitamente abbiamo deciso che possiamo condividere il viaggio fino al lavoro, 12 minuti di chiacchiere che riguardano l’appartamento o di silenzio.

Cassandra vuole a tutti i costi comprare un’ aspirapolvere in comune e lo ha scritto in chat ma ha ricevuto solo qualche risposta.

Lo so, può essere molto frustrante ma per certi versi è una lotta persa.

Io mi limito a dirle che la capisco e che per l’aspirapolvere ci sono, ma al momento non si è concluso niente.

Mi sento impotente davanti alla sua voglia di casa perfetta ma mi dispiace dirle che non cambierà nulla, anche se dopo tutti questi mesi ne ho la certezza.

Così come so che il nostro rapporto rimarrà confinato alla vita dell’appartamento, che non ci sarà un seguito e fra qualche anno la ricorderò con tenerezza. Tutto qui.

Ci salutiamo augurandoci una buona giornata, ci rivedremo il mattino dopo, con lo stesso sonno e lo stesso profumo.

 

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