La mia prima volta a New York

Se hai un amico che ti ospita a New York, non lasciarti sfuggire l’occasione di farti ospitare, anche a costo di un bagno molto piccolo! 

New York.
Raccontata, vista, stravista, amata, odiata, carica di energia, pluriaggetivabile.
Quello che segue è il racconto della mia storia d’amore con la grande mela.

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Vai in Portogallo nel 2004 e conosci Peter, l’americano.
La tua vita va avanti e anche la sua. Parecchio.
E qualcosa rimane, tra le pagine chiare e le pagine scure (cit.) e ci si scrive sporadicamente per anni.
Nel 2012, dopo vari inviti, senti che è arrivato il momento giusto per realizzare il tuo sogno americano.
Così, armata di curiosità estrema e compagna di viaggio, si parte.
Per dieci giorni vivrai l’America di Brooklyn, nell’appartamento di Peter.
Per dieci giorni sarai catapultata dall’altra parte del mondo a condividere spazi immensi fuori da casa e piccolissimi dentro la casa.
Perché l’America uno se la immagina grandissima, e lo è, ma è anche piccolissima, solo che fino quando non si sta a casa di Peter non te ne rendi conto.

Di questo viaggio a New York potrei dire tutto quello che chiunque ha già letto in ogni dove; potrei dirvi che la vista dall’Empire State Building è spaziale ma che avrei voluto vederla dal Top of The Rock; potrei dirvi che sulla la Fifth Avenue, a parte il lusso sfrenato, i modelli seminudi davanti ad A&F e il bagliore accecante dei diamanti di Tiffay & Co, per una come me non c’è nessun motivo per cui si debba dedicare alla Fifth Avenue più di qualche ora; potrei dirvi che gli americani mangiano schifezze ma anche cose buonissime, che i contenitori delle salse per Hot Dog che ci sono da Nathan’s a Coney Island sono lunghi come i miei avambracci, e questo non mi rende troppo felice; potrei dirvi che mi sono letteralmente innamorata della NY Public Library e ci avrei trascorso tutti e dieci i giorni; ma devo dirvi anche altro.

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Se andate a NY e non riuscirete a vedere tutto quello che vi siete prefissati, non preoccupatevi:
la metropolitana da sola vale il viaggio.
La gente, l’indifferenza nella diversità e per la diversità.
Ecco, solo per questo dovete andare a New York. Sedetevi in metro e guardate davanti a voi; con ogni probabilità avrete davanti almeno un asiatico, un africano e un europeo, una donna con le calze rotte, un ebreo con il suo copricapo e i due ricciolini ribelli che incorniciano il viso, un altro turista che sta pensando quello che pensi tu.

Poi vedi le signore dell’età di tua madre che leggono sull’ipad e non sanno che tu le stai guardando pensando tre cose:
– sono davvero cresciuta in campagna
– devo davvero spiegare a mia madre che il T8 non esiste e non si dice bredenbrechfast
– sono davvero in America.

Del viaggio a Ny mi porto dentro: i brividi provati ad Harlem ascoltando gospel e la convinzione che se le nostre funzioni fossero state così, non avrei smesso di andare in chiesa appena fatta la cresima; il Metropolitan Museum; i muffin di Magnolia Bakery che vorrei fare assaggiare a mio marito; l’High Line dove ho conosciuto il gelataio pugliese, che fra i vari i gusti aveva la nocciola delle Langhe (dove sono cresciuta) e mi ha resa felicissima chiedendomi: “Anche tu studi qui?” (l’università l’avevo finita da un pezzo); gli scazzi con Peter; le sporche strade di Brooklyn ma anche il suo mercatino vintage; il Brooklyn Botanic Garden con il Sakura Matsuri che celebrano ad aprile; la mia amica Zuz di Praga, che ho rivisto per una serie di eventi ed è stato bellissimo; il Park Slope; i dog-sitter di Central Park; il cappuccino annacquato da un dollaro che ho bevuto ogni mattina alla Grocery sotto casa di Peter e alla fine mi piaceva pure; il lurido bagno della casa di Peter.

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