Lisbona, rito di passaggio da fidanzata a moglieinviaggio

Cosa succede se per un addio al nubilato porti la tua amica a Lisbona??
L’amica del cuore e la futura sposa. 

 

A Lisbona ho fatto il mio primo viaggio da sola.
Un mese. Per un mese intero ho girato in lungo e in largo, felice, sudata (faceva molto caldo), spaventata, curiosa, eccitata.
I miei giovani occhi, ancora poco propensi all’Europa, guardavano tutto con lo stesso sguardo con cui, oggi, osservo un paese asiatico.
Dopo quella volta ci sono tornata altre quattro volte, sempre con persone diverse.

Il Bairro Alto è il secondo quartiere di Lisbona mio preferito.
Il primo è l’Alfama.

E un giorno ci ho portato Laura.
Laura non era ancora una moglieinviaggio in quel periodo ma stava per diventarlo e io, che odio gli addi al nubilato con annessi e connessi, decisi che l’avrei portata a vedere una città che per me aveva significato molto. Un dono per lei, ma anche per me.
Una fuga per due. La città perfetta per salutare il suo status di fidanzata e passare a quello successivo.
I primi due giorni ci comportammo bene. Benissimo.

Il terzo giorno ne avevamo abbastanza, dovevamo comunque celebrare il suo passaggio da fidanzata a futura moglieinviaggio con una piccola sbronza al Bairro Alto e brindisi senza sosta.
Quella sera ci guardammo negli occhi sapendo che avremmo fatto le ragazzacce.
Un mojito, una birra, una vodka, un chupito, ridi, bevi, salta, balla, grida, bevi ancora.
IL Bairro Alto è il vecchio popolare quartiere della città, tappa d’obbligo per la movida e la scelleratezza.
Era stata una serata perfetta, il trucco perfetto, l’outfit perfetto, il livello alcolico perfetto, la complicità perfetta, la leggerezza perfetta.
L’unica cosa che abbiamo sbagliato quella sera è stato il tempismo.

Nel momento in cui con sguardo complice guardi la tua compagna di sbronze dicendo “Torniamo in hotel? e lei accetta, una delle due ha sbagliato.
Una delle due avrebbe dovuto capire e dire: “No, aspettiamo ancora un attimo…” ma l’alcol ci aveva rese poco lucide, più traditore dell’occhio di pernice che avevo al piede destro.

Se solo poche ore prima eravamo due compassate turiste al Monastero dos Jerónimos con tanto di macchina fotografica al collo, guida turistica e coda di cavallo; in quel momento eravamo due selvagge con i capelli arruffati, l’alito da cliente abituale di bocciofila e il trucco sfatto.
Uscimmo dal locale correndo a scavezzacollo, ridacchiando come le ultime delle sguaiate, ma un ostacolo interruppe la nostra folle corsa: una processione religiosa.
Una lunga fila di persone sussurrava in religioso silenzio accompagnando una bara.

In quel momento uscì una vecchietta da un portone e, indignata dal nostro comportamento, mi tirò uno scappellotto gridandomi in portoghese:
“Não tens vergogna menina!”.
Non credo sia necessaria la traduzione.

La potenza di quel manrovescio inaspettato, come un incidente in cui rimani illeso e non ti accorgi di nulla, non fece altro che aumentare in maniera esponenziale due cose:

– la velocità della nostra corsa
– la volgarità della nostra risata

Ormai eravamo al punto di non ritorno e non riuscivamo a smettere di ridere, tagliando la processione in corsa e in discesa.

Poi la vergogna l’abbiamo tenuta, ma dal giorno dopo e negli anni a venire.  Il rito di passaggio era stato compiuto. 

Il giorno dopo l’ho passato abbracciata al gabinetto tra plasil e pastel de nata, quei dolcetti portoghesi che fanno in maniera sublime alla pasticceria di Belém.
L’ultimo giorno abbiamo fatto un giro in Alfama. L’Alfama è il quartiere di Lisbona mio preferito. (cit.)


vicoli alfamaPerché? Perché puzza di sardine grigliate, perché è un tripudio di scalini e vicoli tortuosi, perché Lisbona poggia su sette colli, come Roma, èd è tutta un saliscendi.

Le scale sbucano all’improvviso fra un vicoletto e l’altro e ti viene voglia di appoggiare il sedere sul corrimano e lanciarti in una scomposta discesa, ridendo felice come una bambina. L’Alfama è piena di panni stesi nei modi più assurdi, panni per lo più di gente semplice e, se una diversamente alta come me può passarci col naso abbastanza vicino, l’odore di ammorbidente si mischia con quello delle sardine e ti penetra ovunque.

Se cammini con il naso all’insù, ovunque sono appesi striscioni colorati e pacchiani, in tipico stile latino, e se cammini col naso all’ingiù puoi seguire i binari del tram 28 che si inerpica su per i vicoli.

Un capitolo a parte lo merita Rafael.
Rafael è il bambino dell’Alfama mio preferito.
Lo incontri per caso davanti alla chiesa del Largo di São Miguel, tu ti siedi lì, sulla scalinata elegante, perso e stravolto dal tuo girovagare, davanti a te hai i chioschetti che vendono Sagres e sangria e dietro hai la porta della chiesa e tre bambini che giocano a sputarsi in faccia: uno di loro è Rafael e uno dei suoi sputi ti sfiora la fronte.
E ridi.

Ridi e ti fermi per ore su quella scalinata a guardare Rafael che insegue un’altra bambina che corre come una pazza con le infradito e hai paura che stia per sfracellarsi fra i tuoi piedi e le moto che passano.
Sposti il punto di osservazione, ruotando appena la testa vedi una coppia di giovanissimi con il figlio in braccio che stanno fumando, cosa non si sa, e si passano con grande collaborazione la “sigaretta” e il bambino a turno, perché fumare con un bambino in braccio non è giusto.
Si sà.
A quel punto, con gli occhi hai consumato il posto. Ti fermi e ti innamori di Alfama.

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