Matrimonio a distanza

Come si gestisce un matrimonio a distanza? Non ci sono regole, se non quelle che decidete voi. Manuale di sopravvivenza quando si vive in due paesi diversi.

 

Alessandro mi ha conosciuta come viaggiatrice seriale e quando abbiamo capito che la nostra frequentazione aveva i presupposti per diventare La Relazione, i nostri modi di essere e vivere, sono sostanzialmente rimasti gli stessi.

Io ho continuato a viaggiare anche senza di lui ma non sono mai stata lontana per più di tre settimane ad eccezione  della Transiberiana che mi ha portato via un mese.

Non so come vi sentite voi in viaggio ma a me non mancano le persone che ho casa.

Mi piacerebbe averle solo in alcuni momenti: può essere un’amica speciale a cui associo una emozione, una persona con cui non ho nemmeno un rapporto così profondo ma quell’attimo è strettamente legato a lei. Spesso, molto spesso, penso ad Alessandro.

Il mio mese a spasso fra Mosca e Pechino è stato così intenso che sinceramente non mi sono distrutta per la lontananza, totalmente assorbita dal guardarmi intorno e vivere quell’esperienza.
La voglia di tornare a casa è arrivata quasi alla fine del viaggio.
 
Quello che ha sempre fatto la differenza è il tempo. I miei viaggi hanno sempre avuto una data precisa.
Sapere che le cose hanno un inizio e una fine cambia tutto. Anche il sentire la mancanza in modo diverso.
 
Partire per Lisbona e salutarlo senza sapere quando ci saremmo rivisti è stata tutta un’altra storia.
Lui mi ha accompagnata all’aeroporto e con il cuore in mano ci siamo detti che quella scena non l’avremmo mai più voluta girare.
 
Una relazione di qualsiasi natura è impegno costante. Se sei lontano l’impegno cambia, non aumenta o diminuisce, cambia forma.
I chilometri che vi separano si sentono e si toccano.
 
Se siamo sempre stati una coppia poco avvezza al telefono e ai suoi annessi e connessi, ora non esiste che non ci si senta più volte al giorno.

Non parlo di telefonate lunghe, né medie, né cortissime, sono sufficienti anche brevi contatti via Facebook o WhatsApp, ben vengano gli emoji se stiamo lavorando o siamo di corsa, e ci si manda solo una pioggia di cuori o una faccia annoiata. La pioggia di cuori strappa sempre un sorriso.

Le telefonate vere hanno uno spazio speciale la sera, quando si torna a casa.
Skype è diventato il nostro intermediario preferito.

Chi l’ha detto che le cene romantiche presuppongono un abito da sera, un trucco perfetto, la cucina biodinamica e le candele?
Vanno benissimo anche un piatto di pasta scotta, la tua migliore versione da casa e una connessione internet.

Dopo qualche giorno, l’unica cosa di cui ti importa davvero è la connessione!

Traditrice e beffarda, la connessione cade o si blocca quando tu sei nelle pose più ignobili e con delle facce spaventose. Sono questi i momenti in cui capisci che è vero amore.

Tu sei davvero brutta in quel fermo immagine con la bocca aperta e gli occhi a mezz’asta.
Magari ti stai passando una mano sul viso pensando di essere anche seduttiva e la connessione lo capisce.

Si blocca quando la mano è vicino al naso.
Volevi essere sexy per tuo marito?
No, puoi solo sembrare una che si sta scaccolando.

Lui, non solo ti manda gli screenshot beffandosi di te “Amore ti vedo così da mezz’ora”, aggiunge anche un finto “Sei sempre bellissima”.

A quel punto provi fare tutta la chiamata cerando di rimanere immobile davanti alla webcam, senza sbattere le palpebre soprattutto!

Per il resto è tutto normale, come prima, quando ci si ritrovava a casa la sera.

Ci si racconta della propria giornata, si parla di chi ha detto e fatto cosa, si fanno programmi per Natale e per agosto, ci si lamenta delle bollette e ci si dice più spesso quanto manchi l’altro.
E poi, infine, ci si abitua.

Questa è la verità.

La velocità con cui ci si abitua a un’altra condizione, in cui devi sgomitare per ritrovare un equilibrio, è inaspettata.
La lontananza non è più solo nemica ma qualcosa a cui guardare anche con gratitudine
 
Sarà retorico ma la lontananza la domini tu, la fai tua.
Ti stringi ancora di più alle persone che ami davvero. Se già avevi messo via il superfluo, lo metti via anche di più.

Se mi metto nella condizione di osservatrice esterna di me stessa, mi rendo conto di come io sia passata dalla lacrimuccia quotidiana alla serenità consapevole.
Se i primi giorni qui il mio bisogno di sentirlo era patologico, con il passare dei giorni quel sentimento si è trasformato in una sana abitudine.

Iniziare a costruire i primi rapporti con i colleghi e i coinquilini fa parte del processo, perché diciamolo, io da sola so stare benissimo ma quando lo scelgo io.

Farlo quando sei uscita dalla tua zona comfort, richiede uno sforzo di in più.
Cercare di costruire la mia rete sociale anche qui è stato puro istinto di sopravvivenza: io e lui su Skype non potevamo e non possiamo essere tutto il nostro mondo, né a distanza né vicini.

Nonostante tutto, all’inizio non mi concedevo davvero di costruire delle relazioni umane con gli altri.
Fuggivo a casa subito dopo il lavoro, mi preparavo la cena e mi rifugiavo in Ale.
 
Anche per questo è passata qualche settimana da quando mi sono seduta per la prima volta, in salotto, con i miei coinquilini.
Per me, esisteva solo la mia stanza.
 
L’emotività è strana e affascinante: quando le cose sono difficili, si dilata a dismisura e le sensazioni si acuiscono. Bisogna essere molto bravi a rimanere lucidi e riconoscerlo.

Non so se ci sono riuscita ma so che, quando mi fermavo a parlare con Alessandro di questa situazione, riconoscevo il fatto che ero ed eravamo preda della scia emotiva che ci aveva travolti, non aveva senso tirare le somme.

Tutto questo è durato un mese. Un mese, il periodo di prova previsto dal mio contratto. Un mese in cui abbiamo deciso che aveva senso aspettare di vedere come sarebbe andata al lavoro prima di prenotare un volo per rivederci.

In fondo avrei potuto cambiare idea e tornare indietro o avrebbero potuto dirmi che non ero andata bene.
Mi hanno confermata e da quel momento sapevamo che sarei rimasta, almeno sulla carta.
Avevo un contratto per un anno! Potevamo, di nuovo, permetterci il lusso di avere delle date e delle scadenze.

Strano come la testa faccia clic: fino a 24 ore prima una parte di noi sperava che fosse andato tutto malissimo, cosi sarei tornata a casa; 24 ore dopo potevamo smetterla di trattenere il fiato e iniziare a fare progetti… a breve termine.

Il progetto che più ci interessava era sapere quando ci saremmo rivisti. Avevamo finalmente un volo che lo avrebbe portato, qualche giorno, a Lisbona.

Mentre aspettavo mio marito all’aeroporto quel giorno, mi guardavo intorno con occhi diversi e la sala d’attesa è diventata un grande palco delle emozioni.

Mi sono detta che sarebbe bello combattere l’atrofia emotiva guardando i visi, i gesti e le micro espressioni di chi si aspetta all’aeroporto o di chi accompagna qualcuno che se ne va.

Agli arrivi tutti hanno lo sguardo fisso su ogni persona, cercano la propria.
Gli occhi di chi arriva e di chi aspetta ne cercano velocemente un altro paio in cui riconoscersi, emozionarsi e calmarsi.

Il tempo dell’attesa è scaduto. Quando l’incastro fra sguardi avviene, è pura magia.
Vivo qui da tre mesi e la strada è in discesa, la connessione no. Tirerà sempre brutti scherzi.

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