Perché sono diventata una sociologa per la parità di genere

Storia di una bambina diventata sociologa per la prevenzione della violenza maschile sulle donne.
Sabrina Allegra ha ideato Women Social Inclusion, un progetto che documenta il lavoro e la formazione sulla parità di genere.
Il suo racconto nel post!

 


Non ho mai saputo “cosa” o “chi” sarei diventata da grande. Ricordo quando ero piccola, non di rado mi capitava di sentire un mio compagno o una mia amichetta affermare con una certa naturalezza: “io da grande diventerò un pompiere” oppure “io da grande voglio fare la maestra”, due dei mestieri che ai miei tempi andavano per la maggiore.

Un bel momento riuscii quasi ad individuare il mio destino convincendomi che, siccome amavo così tanto gli animali, sarei diventata veterinaria. Poi pensando al sangue e alle sale operatorie cambiai idea molto presto.

Un po’ in effetti me ne dispiacevo: “ma come?” mi chiedevo, “loro hanno già capito tutto, hanno le idee chiare su quale mestiere faranno da adulti e io?”.

Be’ io ho sempre fatto una gran fatica a scegliere di essere una cosa soltanto e ne ho avuto la conferma quando mi sono liberata da condizionamenti vari vivendo lontana dal mio Paese per un anno intero. Un sogno che si avverava e che coltivavo fin dall’adolescenza.

É lì che ho riscoperto tutte le sfumature più o meno nascoste di me. Ho deciso che volevo prendermele tutte quelle nuances, tenermele care, senza più soffocarle, come se fossero la cosa più preziosa al mondo.

Il patto che ho fatto con me stessa è: “o ti prendi l’astuccio dal bianco candido al nero pece o non se ne fa niente”.
Così ho optato per la versione XXL di tutti i miei colori.

La mia educazione in famiglia è stata piuttosto rigida, il mio ruolo è sempre stato quello di bambina ubbiediente e accomodante. Anche perché guai a fare la capricciosa o a impuntarmi.

A fregarmi fin dal primo vagito credo sia stata la mia presunta faccia d’angelo. Peccato che in me, oltre a quella bambina carina, dolce e sensibile ce ne fosse un’altra, o forse addirittura altre. C’era la Sabrina timida, insicura, taciturna ma anche quella passionale, determinata e caciarona.

E poi ho incominciato a vedere il mondo con i miei occhi, a ragionare con la mia testa su tutto –come mi ripeteva fino alla nausea mio padre quando non mi concedeva quello che facevano le mie amiche.



A 14 anni ho cominciato a esprimere le mie opinioni in famiglia su cose serie. Incominciai a fare luce in mezzo a quella stanza interiore dove vengono immagazzinati i tasselli che vanno a comporre la nostra identità, in cui dentro ci trovi le aspettative sociali, le norme e i valori, trasmessi in primis dalla famiglia di appartenenza. Così, come quando si fa ordine nello sgabuzzino, ho aperto uno a uno i miei cassetti e un po’ per volta ho fatto spazio a ciò che più risuonava in me scartando il resto.

All’epoca toccò alla religione essere spazzata via dai miei valori. A casa fu un dramma, ancora oggi mal digerito. Qualche tempo dopo arrivò il momento del veganesimo. La faccenda diventava sempre più seria e il sospetto che fossi posseduta dal diavolo Vegan si palesava sempre di più fra i miei genitori. Dulcis in fundo, la mia coscienza latente di femminista completò il quadretto della figlia prediletta, contribuendo così a fare di me un’eretica a tutti gli effetti.

 


Intanto, con gli studi in sociologia, sviluppavo in modo progressivo una consapevolezza e un interesse verso alcune tematiche sociali acquisendo, allo stesso tempo, uno strumento molto potente che mi permetteva di analizzare il mondo circostante con lenti nuove: il senso critico.

A catturare in modo particolare la mia attenzione erano i Gender Studies, anche se all’università fu piuttosto risicato lo spazio dedicato ad essi. Avevo trovato delle risposte alle mie domande inespresse, delle conferme su quanto da tempo andavo sostenendo in modo non ancora strutturato.

La violenza domestica, quella assistita dai minori, le disparità di genere nell’accesso al lavoro e il gap retributivo erano diventati i miei obiettivi da indagare. Ho cominciato così, dopo la laurea, a perfezionare la mia formazione studiando il femminismo, leggendo molti testi illuminanti, andando alla ricerca di luoghi reali in cui approfondire il fenomeno della violenza domestica.

L’incontro con l’associazione Donne&Futuro o.n.l.u.s, per esempio, lo storico centro antiviolenza di Torino, è stato cruciale per la mie scelte successive; un momento di grande emozione, una scossa interiore di magnitudo 8.

Donne&Futuro è un luogo abitato da grandi donne che aiutano altre grandi donne, maltrattate dai loro compagni e spesso con figli a carico, a ricostruire la propria vita.

Questa esperienza mi ha spronato una volta in più a fare qualcosa di concreto, rispetto alla teoria fino ad allora acquisita, dedicandomi alla prevenzione della violenza maschile sulle donne.


Come?


A marzo 2016 ho ideato Women Social Inclusion, un sito web che documenta il lavoro e le attività che svolgo in tre aree di riferimento: la formazione sulla parità di genere, l’organizzazione di eventi di sensibilizzazione e, soprattutto, la ricerca di buone pratiche di empowerment femminile.

A tal proposito mi sono concentrata sul lavoro delle donne, svolto con passione, come strumento chiave sia di empowerment socio-economico che di prevenzione della violenza domestica.

Questo è il cuore del progetto-ricerca indipendente “Empowering Women through their Job and Passion”, realizzato grazie alla preziosa collaborazione con Stefano Di Marco, fotografo nonché compagno di vita, che ha coinvolto per ora 11 professioniste freelance in Italia e in Polonia.

Sono arrivata a loro in modo spesso personale e a volte casuale. Un bel giorno mi sono accorta di quante donne straordinarie ci fossero nel mio quotidiano.

Scavando nella memoria di eroi o eroine cui somigliare non ne ho mai avuti, anche se al mio fianco ci sono sempre state delle donne forti ad ispirarmi che hanno lasciato un segno indelebile nella mia vita.

Quando pensiamo a donne straordinarie siamo abituati a pensare a modelli di donne indubbiamente eccezionali che hanno fatto la storia, come Rita Levi Montalcini, Marie Curie, Rosalind Franklin, Margherita Hack, per citare solo pochi esempi.

Ma se ci guardiamo bene intorno possiamo cogliere eccellenza, sapienza e maestria fra le donne comuni che ci circondano, nello spazio pubblico e privato. L’incontro con queste undici donne dimostrava che realizzare i propri sogni e le proprie passioni era possibile e questo per me valeva tantissimo.

Il mio auspicio è che le testimonianze raccolte fin qui possano contaminare positivamente le persone, raggiungendo quelle donne che stanno vivendo momenti di sconforto, magari proprio a causa di relazioni violente con il proprio partner.

Al momento sono tanti i sogni a cui stiamo lavorando e speriamo di realizzarli tutti.

 


Per aiutarci a sostenere e a diffondere i nostri progetti è possibile contribuire in tanti modi, puoi:

-seguirci e condividere la nostra pagina Facebook e il sito web;

-parlare di noi ad amici e parenti;

-ospitarci nella tua realtà (associazione, scuola, gruppo informale) per conoscere meglio la ricerca sull’empowerment e le attività legate ad essa, come il laboratorio per le scuole “Educare per prevenire” e il modulo formativo sull’empowerment delle donne.

– organizzare per la tua azienda moduli formativi sulla parità di genere, aiutandoti a creare un clima aziendale gender sensitive, in cui il benessere dei/delle dipendenti vada nella direzione di una maggiore gratificazione per tutti e tutte.

Da freelance appassionata del mio lavoro, come le protagoniste di “Empowering Women through their Job and Passion”, non posso che esortare tutte le donne, giovani e meno giovani, a credere in sé stesse realizzando i propri sogni, senza mai demordere né mollare di fronte agli ostacoli.

Perché non c’è niente di più meraviglioso, rivoluzionario e straordinariamente potente di una donna che ha realizzato se stessa.

Sabrina Allegra

Fotografie
©StefanodiMarco

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