Cambogia: Phnom Penh, i luoghi del genocidio

La ragione principale per cui ho dedicato tre giorni a Phnom Penh era la ferma intenzione di visitare i luoghi del genocidio perpetrato dai khmer rossi.
Ho trascorso una giornata intera fra il campo di sterminio di Choueng Ek e il Museo Tuol Sleng, una giornata così dura, forte e intensa emotivamente che mi ha lasciata letteralmente senza parole.


Prima tappa:
Choeung Ek, a quindici chilometri circa dalla città

Ricordo perfettamente il tragitto e la sensazione di scoperta della città mentre ci allontaniamo dal caos del centro, il tuc tuc si immette d’un tratto in una stradina piccola piccola e lo scenario cambia improvvisamente.
Ci sono le persone e i cambogiani veri, non ci sono più i wine bar per i turisti e i venditori ambulanti di qualsiasi cosa che affollano il centro città.
Solo palafitte, il bucato steso al sole, la frutta messa ad essiccare, i motorini, le bandiere svolazzanti del Regno di Cambogia che cerchi di immortalare continuamente ma lo sterrato rende le cose complicate.
E poi ci sono io.
Da sola, con gli occhi sgranati per la paura di perdere ogni singolo dettaglio, in uno stato di tensione all’idea di vedere quel luogo di cui ho solo letto tante cose, lontana anni luce da casa.

Arrivati al campo, chiedete al driver di aspettarvi e non dategli un orario.
Lui aspetterà, ne sono certa.

Consiglio assolutamente l’audio guida, è inclusa nel costo del biglietto (6 dollari), tradotta in 15 lingue fra cui la nostra ma, soprattutto, vi racconta cosa è successo in ogni fermata del percorso indicato. Vi conduce in maniera empatica alla scoperta di quanto accaduto, non è la solita fredda audio guida.
Vi racconta come Pol Pot ha sterminato un milione e mezzo di cambogiani, bambini, tanti bambini, donne e anziani.

Oltre alle voci e alle testimonianze ci sono dei brani musicali di accompagnamento.
Se avete provato a trattenere il pianto, con la musica non avrete scampo.

Per questo, se venite qui, è quanto mai necessario, chiedere al driver di aspettare e basta.
Non può esserci un tempo per questo luogo, se non quello che voi deciderete di dargli.

 

 

Seconda tappa: Museo Tuol Sleng, meglio conosciuto come S-21

Emotivamente provata, sono ritornata in città per la visita a quello che un tempo era un liceo come tanti altri.
Nel 1975 i Khmer rossi lo occuparono e lo fecero diventare un carcere di sicurezza, oltreché uno dei luoghi più cruenti in cui prigionieri venivano torturati.

L’ edifico è molto grande, conta 4 edifici di 4 piani ciascuno.

In ogni piano, in quelle che erano delle aule scolastiche, sono state allestite mostre fotografiche che testimoniano ulteriormente la follia di Pol Pot: immagini dei detenuti, strumenti di tortura, ossa nelle teche, letti arrugginiti, pareti spoglie, brividi, silenzio, terrore.

In uno degli edifici, all’ultimo piano, potete vedere come era stato modificato lo spazio per ricavare delle celle minuscole, potete entrare singolarmente in ogni cella, circondati da mattoni su 4 lati, in uno spazio angusto, senza luce, senza nulla, senza vita.

Io sono veramente bassa e piccola, non arrivo al metro e sessanta: istintivamente sono entrata in una cella, mi sono messa in centro.
Volevo allargare le braccia rimanendo nel mezzo, un tentativo angosciante di misurare lo spazio, per capire come poteva stare lì un essere umano. Una donna come me.
Per capire qualsiasi cosa di un qualcosa che non aveva e no ha assolutamente senso nella mia testa.
Stando in piedi e allargando le braccia a mò di croce, non solo toccavo le pareti sia a destra che a sinistra, non facevo nemmeno fatica perché le braccia non sono riusate a stenderle completamente tanto ero ridotto lo spazio.

La visita al liceo non mi ha lasciato lo stesso senso di turbamento profondo che mi ha trasmesso Choeung Ek.

Mi ha lasciato però un brivido perenne ogni volta che, durante il viaggio, da un autobus in corsa o passeggiando, riconoscevo una scuola, identica a quella, con gli studenti sorridenti che giocavano fuori.

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