Quando il marito è in trasferta

Quando mio marito è in trasferta, lo sono anche io.
Quando il marito è in trasferta, rinasci.


Amo stare sola. Prima di trasferirmi a Torino per andare a vivere con Alessandro, vivevo sola ad Alba.
Alba non mi piaceva, per niente. Il mio appartamentino, sì. E anche il mio scantinato, quello prima dell’appartamentino dove ho vissuto per un anno prima di passare di livello: dal monolocale al bilocale.

In entrambi ho vissuto pezzi di vita in un momento in cui vivere era difficilissimo e una vita me la stavo completamente ricostruendo.
Certe volte mi mancano quelle due stanze tutte per me.

Quello spazio in cui ti muovi senza curarti di nulla se non di te stesso, di lasciare lo smalto rosso sul tavolo e la tazza piena di tè nel lavandino, per tornare a casa dopo 10 giorni passati a New York e trovarci dentro un microcosmo puzzolente che ti fa l’occhiolino.
Non preoccuparsi di nessun altro è liberatorio, necessario, naturale.
Mio marito ha vissuto solo per molti più anni, prima di conoscermi. L’orsitudine per lui e in lui è cosa molto più radicata che in me e di questo gli sono grata.

La cosa bella è la naturalezza con cui ci diciamo reciprocamente che abbiamo proprio voglia di starcene un po’ soli ogni tanto.
Quando lui va in trasferta, per me è una festa. Aspetto che arrivi la data prefissata come quando aspetto di prendere un volo per uno dei miei viaggi.

Succede solo un paio di volte l’anno, forse tre, ed è una cosa recente ma io ho accolto questa novità con grande entusiasmo.
Prenotiamo insieme il suo volo, ci guardiamo negli occhi e lui dice:
“Sei contenta che vada via per quattro giorni vero?”
” Sì, amore non vedo l’ora.”
“Lo so”.

Quando ero adolescente, appena i miei genitori  mi comunicavano che erano fuori per qualche ora, scattava l’operazione “SessoSelvaggioSubito” con il mio fidanzato storico.
Erano gli anni ’90, io non avevo un cellulare e avevamo in casa due telefoni fissi.
Uno in bella vista nell’ingresso, ideale per brevi comunicazioni ad alta voce con parenti e amici, sotto l’occhio vigile di mio padre che cronometrava i minuti; l’altro, era nella camera da letto dei miei, sul comodino della mamma.

Me lo ricordo perfettamente: era un telefono anni ’70 color avorio, adesso oggetto da collezione, per me allora solo pacchiano.
Quel telefono è stato complice di tante conversazioni sussurrate, di confidenze con l’amichetta del cuore, di lacrime, di parole d’amore, di rabbia e risate, di “che palle i miei, devo chiudere” ma, soprattutto, di una chiara e semplice comunicazione di servizio che preannunciava momenti lussuriosi clandestini e romantici “CASA LIBERA!”
Adesso, quando mio marito è in trasferta quella telefonata la faccio lo stesso: a me stessa.

Solitamente le sue trasferte durano 3/4 giorni e nel mezzo ci sono i weekend.
La mia preparazione inizia dal lunedì precedente: inizio a boicottare la maggior parte degli inviti che ricevo per uscite varie con le amiche, salvo qualcuna: diciamo che mi concedo un aperitivo ma tendo a non riempirmi di appuntamenti e cose da fare se non con me stessa; avviso mia madre che mi chiama ogni due giorni e le dico gentilmente di non farlo per 4 giorni perché tanto non le risponderò, lei mi rispetta e gliene sono grata.
Ogni tanto mi scrive mia suocera e mi ricordo che al prossimo giro devo avvisare anche lei ma forse mi sta leggendo e quindi sono a posto.

Inizio a scegliere cosa guardare di altamente femminile senza sentirmi dire “Ma come fai a guardarlo?”, mi compro le peggio porcherie che posso sgranocchiare sul divano a che ora voglio, magari mentre ho su una maschera viso e uno chignon chabby chic che fa pseudo elegante ma tanto hai la maschera in faccia e sei tremenda.

Se proprio ne ho voglia, vado anche a fare piedi e mani.
La mia estetista, Mei, ha della fantomatiche poltroncine rilassanti ma dopo un po’ mi innervosiscono perché in realtà non sono rilassanti per niente.

Quelle palle dure dietro la mia schiena fanno movimenti rotatori così insopportabili che per tutto il tempo penso “Ecco, adesso mi faccio una lesione della cuffia dei rotatori e le faccio causa!”
Dovrei dirglielo.

L’unica cosa negativa è che ogni tanto, la sera, ho paura a stare sola a casa, diciamo che questo mi autorizza a non guardare film horror e documentari angoscianti e a stringere forte la gatta.
Per il resto non è che io non possa fare tutte queste cose quando c’è lui, solo che se sei sola c’è più gusto: non devi tornare a casa per cena o per pranzo o per qualsiasi motivo a una certa ora, non devi fare il gioco degli incastri fra i tuoi impegni e i suoi, ci sei solo tu e il bene più prezioso che abbiamo: il tempo. Tempo libero da riempire come vuoi e con chi vuoi.

Di solito non ci telefoniamo nemmeno, comunichiamo con brevi e pochi messaggi.
Lui sa che io gli renderò il favore e gli regalerò tempo e solitudine.

Credo molto nel potere magico delle trasferte e nella bellezza del ritrovarsi, nel poter piangere come e quanto voglio se guardo un film senza che lui mi prenda in giro dicendo “Piangi?” mentre fa il maschio Alfa, nel poter mangiare le mie amate Dixi per poi avere l’acidità e farmi la tisana al finocchio e ricominciare daccapo il giorno dopo, nell’addormentarmi sul divano fino al mattino successivo con Scendy, la nostra gatta.

Credo nel potere liberatorio di una cena alle 18,30 se mi viene fame perché non ho capito chi ha deciso che si deve mangiare alle 19,30/20,00 quando io ho una fame porca ogni giorno a quell’ora e le carote spezza-fame fino all’ora di cena mi annoiano.

Soprattutto perché all’asilo mi hanno tormentata per anni dicendo “Mangia le carote che ti vengono gli occhi belli e azzurri”.
Mi ritrovo sempre con gli stessi occhi scuri, la miopia degenerativa e la noia per le carote.

Allora me le mangio con la maionese.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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