Quello che un expat non dice

Essere expat ti modifica profondamente e lentamente. La mia esperienza in Portogallo.

Ci ho pensato per mesi a fare questo articolo, divisa tra la voglia di essere brutalmente sincera e quella di indorare la pillola.

Alla fine ho deciso di scrivere e basta, come mi viene.

Ormai vivo a Lisbona da 1 anno, 3 mesi e un pugno di giorni.

Di cose ne ho sentite e se mi confronto con altri exapt, trovo terreno fertile su diversi argomenti.

Quando vi trasferite in un nuovo paese vi sentite in vacanza per i primi mesi, alcuni dei miei colleghi non hanno ancora smesso.

Poi ci sono quelli come me, che dopo un po’, cambiano occhiali e tutto quello che vi sembrava straordinario, diventa ordinario.
Piacevole ma ordinario.

Se prima ogni volta che avevo un momento libero giravo in lungo e in largo, ora ci sono volte in cui me ne sto spiaggiata sul letto anche per tutto il weekend.

Quando vi trasferite in un altro paese, preso di mira dal turismo di massa, inizierete a non sopportare i posti pieni di turisti e a evitare i vostri connazionali, i primi a cui vi siete rivolti in fase iniziale.

Cerchiamo tutti delle àncore.

Se i primi mesi era tutto un cene fuori, aperitivi, usciamo con tutti spinti dal bisogno fisiologico di crearsi una rete sociale, man mano che passa il tempo, inizierete a stringere più la cerchia.

Questo non mi va bene, con quella posso parlare solo di capelli, quello mi annoia parla solo di lavoro dentro e fuori l’ufficio ma non ha una vita, quelli lì vanno sempre nei soliti posti che noia.

Trovare persone con cui state davvero bene e con cui aprirvi, non sarà facile. Non confondiamo l’essere socievoli con tutti con la connessione vera, quella che scatta con poche e selezionate persone.

Quando vi sentirete tristi e la vostra amica del cuore abita in un altro paese che non è neppure l’Italia, di prendere l’aperitivo con Beatriz Goncalves anche vi sta tanto simpatica, non ve ne fregherà niente.

Volete la vostra Amica, volete parlare la vostra lingua, senza pensare a come rendere in inglese o in portoghese un’emozione. Volete essere solo tristi senza filtri.

Allora inizierete a fare tutti gli esperimenti possibili per cercare di sentirvi con il mezzo che regge meglio la connessione wifi.

Skype a me non va, a te? Ok, proviamo su Messenger. Niente, non ti sento, WeChat? No, l’ho disinstallato. Va bene, allora WhatsApp ma  solo audio o crolla la linea.

I primi 20 minuti si passano così e gli altri a gridare “Non ho capito, ti ho persa, che hai detto?”

In un’ora e mezza riuscite a consolarvi ma a scatti e ripetendo questo mantra: “Che connessione di merda”.

Quando partirete più o meno tutti vi diranno che verranno a trovarvi, non credeteci.

Ci sarà sempre un volo troppo caro o poco tempo o impegni di vita. I miei genitori non sono mai venuti e non credo verranno, un amico expat da sette anni, mi ha scritto solo in questi giorni che la madre, per la prima volta, è andata a trovarlo.

Tutti si aspetteranno che ogni Natale, Pasqua e Ferragosto, passerete le vostre vacanze in Italia, perché la famiglia viene prima di tutto e poi siete voi che ve ne siete andati, quindi siete i cattivi.

Poi ci saranno quelli che non vedete da due anni ma vogliono venire a trovarvi e vi chiedono di essere ospitati, aggratis.
Non importa se l’ultimo messaggio sul telefono riporta il 2016, loro ve lo chiedono.

In fondo siete a Lisbona, qui è estate tutto l’anno, si fa sempre festa e la lingua è facile, aggiungi una S a fine parola.
Così capisci che oltre ad avere la faccia di bronzo, hanno anche saltato le lezioni di geografia alle elementari e si portano dietro gravi problemi di confusione con la Spagna.

Io ho deciso che questi non meritano nemmeno una risposta. Li ignoro. Whatsapp mi dice che ho molti messaggi da leggere.

Ci sono anche quelli che non vedi da più tempo e ti scrivono non per vederti una volta qui, ma per domandarti qual è la strada migliore dall’aeroporto al centro o il quartiere più bello. Cosa vuol dire più bello? Più bello per chi?

Questi li ignoro ma più con classe: invio direttamente Google Maps e mi ricordo perché anche in Italia avevo smesso di frequentarli.

Finalmente viene a trovarvi qualcuno e a seconda del livello di amore e/o confidenza siete felici.

Dopo giorni di cene fuori e weekend passati nei soliti posti turistici a rivedere dieci volte lo stesso monumento, fingendo felicità e facendo foto ignoranti, non vedete l’ora che se ne vadano.

Intanto per quella visitina voi avete fatto fuori parte dello stipendio in ristoranti dove non sareste mai andati e dovendo stare sempre sul pezzo, cercando di non addormentarvi nel piatto con la bava alla bocca.

Sono solo quattro sere di seguito che vai a cena fuori, torni tardi, ti alzi, presto, torni tardi, ti alzi presto.
Perché tu vivi all’estero e fa rima con vacanza, per loro.

Non dimentichiamoci che dopo 40 ore di lavoro settimanali il sabato vuoi anche dormire un po’ di più ma alle 9 sei sveglio, perché ti chiedono di fare la gita fuori porta, che la cena fuori non basta più.

Quando finalmente li accompagni all’aeroporto, torni a casa e festeggi, piangi di gioia. Che bello, se ne sono andati.
Dopo una settimana ti mancano e capisci che sei bipolare.

Quando sei expat e non hai nessuno ma proprio nessuno che fa le cose per te o con cui dividersi i compiti, tutte le certezze che avevi su te stessa, crollano.

Tutte quelle etichette con cui ti autodefinivi, si fanno beffe di te.

Io adoro cucinare anche se sono da sola.

Ci saranno sere in cui la sola idea idea di sporcare una pentola e non poterla nemmeno lasciare nel lavandino fino al giorno dopo, perché hai dei coinquilini e devi essere rispettosa, ti farà mangiare comode e veloci insalate in busta per giorni.

Apri la busta, lanci l’insalata nel piatto, apri la scatoletta di mais e tonno, sale, olio e limone, giri tutto con la stessa forchetta con cui mangerai et voilà. La cena è servita.
1 piatto e 1 forchetta da lavare=minima spesa, massima resa.

Io non sono una mammona.

Le volte in cui desidero tornare a casa e avere mamma che mi dice “Cosa vuoi per cena?” “Ho fatto la pizza puoi scaldarla” “Guarda se trovi qualcosa in frigo” non si contano.

Io posso fare tutto da sola.

Compro due bottiglie di acqua alla volta, perché una cassa pesa troppo per me. Solo l’universo sa quanto vorrei affittare un paio di muscoli per la cassa di acqua quando sono al supermercato.

Quando conosci amici di amici e italiani in vacanza, le domande che ti faranno saranno sempre le stesse :
“Come si vive qui? Quanto guadagni? Quanto paghi di affitto? Ti manca l’Italia?”

I locali invece anche se tu gli parli in portoghese, ti rispondono in spagnolo.

In ufficio, anche se lavori in un team Internazionale, alla 17 di ogni fine giornata, il Supervisor portoghese vi saluta dicendo:
“Ciao popolo della pasta”.

E noi ridiamo, puntuali, alle 17.01.

Ogni tanto usa la variante “Ciao popolo della pizza”.

Se conosci un altro expat, appena dici che sei italiano la prima tiritera è sempre quella “Pizza, pasta, Salvini”.

Che voglio dire, ha comunque sradicato in parte un clichè noto a tutti “Pizza, mafia, Berlusconi” ma non preoccupatevi, Berlusconi ancora vince.

Quando sarete stanchissimi la sera o quando sarete malati, anche solo per una stupida influenza, vi mancherà parlare la vostra lingua e vorrete il vostro medico di famiglia.

Che vi conosce, che sa tutto di voi e non dovrete cercare sul vocabolario come si dice in portoghese:
“Ho la tosse secca e sento i bronchi in fiamme”.

Se poi avete la visita ginecologica, il vostro vocabolario si dovrà ampliare per forza, che sia in inglese o in un’altra lingua.
La mimica in certi contesti non aiuta e vi ritroverete su Google a digitare cose imbarazzanti per essere preparate.

A un certo punto vi sembrerà di essere un expat al contrario, nel vostro paese, ogni volta che tornerete a casa. Ogni posto ha un po’ di voi ma ha anche pezzi che non ritrovate più.

Sarà come vivere due vita in una, una per ogni paese.

Avrete il cuore sempre spaccato a metà e alla fine la parola “casa” avrà i contorni sempre più sbiaditi.
Tutto quello che avete di saldo è dentro di voi e ve lo porterete dietro a ogni passo e in ogni luogo, non importa quale. Si muove con voi.

 

12 pensieri su “Quello che un expat non dice

  1. Mi sono imbattuta per caso in questo blog alla ricerca di consigli di viaggio e sono finita invece su questo articolo… Quanta verità! Vivo in Germania ormai da 3 anni col mio compagno, nel frattempo diventato mio marito, e leggere le tue parole è stato come guardarsi allo specchio, descrizione perfetta delle emozioni che si provano essendo expat! Per me “vivere due vite in una”, nonostante non sia sempre facile, resta comunque un’esperienza incredibile! Un abbraccio e buona fortuna per tutto!!

  2. Bellissimo Manu, l’ho letto dopo la foto delle bottiglie di acqua. Bello perché vero e scritto senza filtri. Posso capire un poco e immaginare quello che dici bene, non è mai facile trovare casa in un posto nuovo e non perderla in un posto vecchio. Se mai verrò a trovarti, giuro niente monumenti già visti! tanto li ho visti già… Ti abbraccio forte e ti penso, anche se non ti vedo da un pezzo e non ti vedrò per un altro lungo pezzo, ma sono felice di poter leggere qualcosa di te e di tuo, allegro e triste che sia.

  3. Articolo stupendo!! Ho sorriso e avuto le lacrime agli occhi allo stesso tempo!! Sembra una pagina del diario della mia vita, solo in un altro posto e non da sola, ma con marito e due figli. Dopo quasi 6 anni alle Canarie abbiamo deciso di rientrare in Italia, non sará facile, ma non vediamo l’ora!! Grazie e un abbraccio forte!!!

  4. Proprio stamattina, dopo dodici ore di volo che da Hong Kong (dove ormai vivo da sei anni) mi hanno riportato a Roma, tentavo di spiegare questo strano sentimento a mio padre, che in macchina mi riportava a Salerno, mia città natale. Quel sentirsi “né carne né pesce”… “straniera” non solo nel tuo nuovo Paese, ma anche in quello di origine, dove ormai sono sempre etichettata come “la mia amica di Hong Kong”, “mia figlia da Hong Kong” e così via. Purtroppo non lo capiranno mai, per quanto si sforzino… solo chi ci è dentro sa davvero cosa si prova ad essere expat! “Due vite in una” credo sia perfetta come definizione! Un caro saluto e buona fortuna 🙂

  5. Mi ha fatto sorridere e poi la malinconia…
    Sono nata in Italia, a 9 anni ci siamo trasferiti in Svizzera… 8 anni fa l’Argentina…
    Sarà che in Svizzera ero italiana, se tornavo in Italia ero la svizzera, qua sono “tana” o “gringa”. Insomma non ci azzecco da nessuna parte! E adesso ho voglia di provarci di nuovo, cambiare a 40 anni e senza timori.
    Un abbraccio.

    1. Cristina, grazie e che vita movimentata 🙂 Io ho 40 anni fra due anni e non ho letto da nessuna parte che a 40 anni non si può…se poi ci sono anche i timori, quelli sono legittimi. Sempre. Sarò in Italia la settimana prossima, devo capire se sono diventata “la portoghese”. In bocca al lupo e se ti va, scrivimi come va. Un abbraccio a te.

  6. Io ho un’esperienza diversa da chi ha scritto questo articolo, il mio compagno livornese come me ci vive da 13 anni in Portogallo e io da pendolare in ogni off e poi a viverci permanentemente 5. Io non mi sento expat, io mi sento “cittadina al 100% di Ericeira”, é il mio luogo e l’unico luogo dove ho conosciuto tanta bella gente portoghese, oltre che straniera. La vita di Lisbona sebbene vicinissima non l’ho mai vissuta né mi interessa, io sono tipa da spiaggia e posto piccolo, non da città. Il mio scoglio è stato l’essere l’unica straniera in una base portoghese (sono assistente di volo) e sentirmi discriminata non dai colleghi ma su alcuni voli dai portoghesi che mi dicevano “pazza brasiliana, tutte ruba marito siete voi brasiliane, voi brasiliani venite in Europa a rubarci il lavoro coi vostri passaporti europei comprati” etc, quindi per me lo scoglio è stato questo e tutt’ora mi sento dire che sono brasiliana da qualche ignorante(magari fosse un complimento…)
    Una cosa che mi è mancata, sul lavoro, è poter parlare di cose quotidiane a cui sono abituata, perchè essendo l’unica straniera mi sentivo un pesce fuor d’acqua a sentir parlare solo del Benfica, dello Sporting o dell’organizzazione del “casamento”… in più a volta avevo una voglia matta di parlare inglese, sebbene ormai parlassi già fluente portoghese. Un’altra cosa che ho notato e non mi rende “expat” é che vado spesso a Cascais dove ho amici livornesi e loro hanno un grosso giro di expats… io con loro non mi ci trovo (con gli expats, non coi miei amici!), io mi sento 100% integrata a Ericeira, non potrei mai vivere “me stessa” a Cascais (o a Lisbona), non é la mia dimensione. Devo ammettere che é molto difficile fare amicizia subito con i portoghesi, sono molto guardinghi, non danno confidenza e le ragazze(credo per insicurezza ma anche cultura) molto rosicone e competitive…ma quando poi instauri un legame più profondo, ti danno il cuore. Nel mio caso le amicizie profonde che ho instaurato qua con i “locals” sono dovuta a un’apertura mentale da entrambe le parti, sono spesso persone che hanno viaggiato, per lavoro famiglia o surf e quindi sono molto più culturally aware. Devo molto a questo paese, sebbene ci sono cose che mi danno ai nervi (essere lento, non essere open and upfront e guidano a cazzo di cane)devo ammettere che non so’ immaginare vivere da un’altra parte se non nel mio piccolo paradiso: Ericeira ❤️
    Chissá se altri scriveranno le loro percezioni

    1. Ciao Chiara,
      grazie per la tua testimonianza. Io a differenza di te, vorrei conoscere dei portoghesi ma il contesto lavorativo lo permette poco. Certo, ne conosco alcuni ma non scatta quella cosa del vedersi anche fuori dall’ufficio.
      Per il resto mi ritrovo nelle tue parole quando dici che non è così facile fare amicizia con loro.
      Io non ho mai subito veri atto di razzismo ma di lieve intolleranza da parte dei locals, nei locali o nei negozi intendo, a volte sì. E’ evidente ma devo dire che la cosa mi disturba poco e una parte di me li comprende, almeno qui a Lisbona.
      Quando riesco a vedere i piccoli paesini, ritrovo invece il Portogallo che mi aveva rubato il cuore da ragazza.
      Ericeira la conosco, non come te ma come chi ci va in gita giornata e la scorsa estate ne ero rimasta affascinata. Mi è sembrata molto meditativa come cittadina, con i suoi paesaggi e la luce dell’oceano.
      Per il resto amo profondamente questo paese e quanto mi sta dando. 🙂

  7. Ciao Manu,

    bellissimo questo articolo! Complimenti!
    Sono da quasi 8 anni in Italia, e condivido ogni tua parola.. 🙂
    Mia mamma è venuta solo una volta a trovarmi..
    “…vivere due vita in una, una per ogni paese” …sì, si diventa un po schizofrenici…quando sono in Italia mi mancano le cose di Praga, quando sono a Praga, mi manca Italia…ma non tornerei mai indietro! Essere expat è una bellissima esperienza!

    1. Ciao Hana,
      grazie! Il fatto che ti ci ritrovi mi fa sentire meglio 🙂 L’ho scritto di getto, pensando un po’ a tutte quelle situazioni in cui mi ricordo con “disagio” che io arrivo da un altro paese, perché poi ci sono momenti in cui è come se lo dimenticassi…forse, proprio perché si vivono due vite in una.

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