Tornare a casa dopo quattro mesi

Sono tornata a casa per 4 giorni e per la prima volta dopo 4 mesi. Riflessioni a caldo, il giorno dopo il mio arrivo.
Stato emotivo caratterizzante: vulnerabilità.


Ho deciso di scrivere questo post a caldo, perché le emozioni di oggi non sono quelle di ieri e non saranno quelle di domani.

Le ultime settimane a Lisbona sono state difficili, ho vissuto in uno stato di attesa pronta a prendere il volo che mi avrebbe riportata a casa, seppur per pochissimo tempo.

Ho vissuto giorni pieni ma in uno stato di insofferenza, la voglia di casa e affetti era diventata incolmabile.

In tutto questo trambusto emotivo però, ci sono state cose positive:

  • sei così felice all’idea del ritorno che affronti ogni giornata con il sorriso;
  • affronti le cose con ottimismo, l’idea di una data che porrà momentaneamente fine al tuo stato di moglie expat è una boccata di ossigeno;
  • fai shopping ossessivo compulsivo perché vuoi comprare qualcosa di nuovo e carino per tuo marito. Combinazione a Lisbona ci sono i saldi.

Non ho dormito molto domenica sera, avevo paura di non svegliarmi e perdere l’aereo, l’agitazione/emozione era troppa.
Non sono mai stata 4 mesi senza tornare a casa.

Sapere di rivedere Ale mi ha catapultata di nuovo in uno stato emotivo adolescenziale da primo appuntamento: farfalle, crampi, arcobaleni e brufoletti… sì, perché quelli sono come le mestruazioni. Le hai sempre quando vai in vacanza.

Buttate quattro cose in un borsone, alle 5.20 di lunedì mattina, il mio amico di Uber è venuto a prendermi direzione aeroporto.

La tensione non si è allentata fino a quando non ho messo piede sull’aereo. Quando il pilota ha annunciato l’inizio del decollo il mio stomaco si è contratto, atterrare a Torino non è stato come tutte le altre volte di ritorno da un viaggio.

Ho iniziato il mio mantra “Non piangere, non piangere, sei truccata non piangere!!”
Ad attendermi una delle mie amiche più care, che si è fatta dare il giorno di riposo apposta per me.

Appena acceso il telefono un messaggio: “Sono quella agli arrivi con un sorriso a 52 denti”.

Ho visto i 52 denti e le lacrime, ci siamo strette in un abbraccio lunghissimo e ci siamo sporcate di mascara e eye liner. I mantra non funzionano, MAI.

Così, con le facce stravolte di felicità e macchie nere, ho accettato subito di bere il mo primo espresso. Puoi girare il mondo quanto vuoi, ma alla fine sei sempre un’italiana cliché.

L’amicizia, quella vera, è una delle cose che mi manca di più a Lisbona. Le premure e i piccoli gesti che ti ricordano sempre che alcune persone ci sono e ci saranno. Il capirsi senza preoccuparsi di scegliere le parole, il potersi appoggiare a qualcuno che ti vuole bene così, come sei, e conosce il tuo vissuto.

In macchina ho trovato ad attendermi una piccola borsa frigo con: una bottiglia di Rosè e il barattolo con il pesto, fatto dalle manine di Monica. Non so quante cose ci siamo vomitate addosso per tutto il tragitto: quattro mesi di vita da raccontarci, quattro mesi di piccole e grandi cose che ti dici solo a voce.
In un attimo era come non essere mai partita, la nostra logorrea era in ottima forma!


Mi batteva forte il cuore mentre mettevo le chiavi nella toppa, entrare nella mia casa, con le mie cose, le nostre cose, il nostro disordine e i nostri odori è stato emozionante sopra ogni aspettativa. Non c’era quel senso di vuoto che ho sempre un po’ quando entro in casa a Lisbona.

Mentre giravo in ogni stanza, come si gira in un museo, ho scoperto che certe cose non cambiano mai: mio marito aveva lasciato le luci e la radio accese fin dal mattino. Meravigliose certezze. Ho sorriso. 

L’unica piccola delusione me l’ha riservata Scendy, la nostra gatta. Lei è sempre lì, ad attenderci. Inizia a miagolare non appena ti sente, al di là della porta.
Invece non c’era, l’ho trovata dopo qualche minuto. Ovviamente mi aspettavo ghirlande di fiori, grandi fusa e strusciamenti: il nulla.
Indietreggiava, sembrava spaventata dalla mia presenza. Non ho insistito e le ho lasciato il suo tempo, ma ha tirato fuori la paura più recondita: quella di essere dimenticati.

Monica ha messo su l’acqua per la pasta mentre io riordinavo qua e là, come prima, quando ero anche un po’ una casalinga.
Strano come ti muovi facilmente e con naturalezza in una casa che conosci, ogni gesto ti appartiene e lo ritrovi in un attimo, insieme a quella identità che è rimasta qui, fra queste mura.

I gnocchi al pesto li abbiamo spazzolati in un attimo e poi, sedute sul divano, abbiamo continuato a parlare, parlare, parlare.

Finalmente è giunta l’ora X. Mi sono fatta bella, con l’emozione dei primi appuntamenti, e sono andata ad aspettare Ale fuori dall’ufficio.
Ieri era il suo compleanno, ha compiuto 40 anni.

“Il tuo pacco regalo è qui sotto!”

“Scendo!”

Come si festeggiano i 40 anni di tuo marito quando si è lontani e ci si ritrova? A casa, sul divano, con un calice di vino e una piadina. E anche un po’ di Netflix.

Oggi sono qui, nel mio salotto, a scrivere questo post come se non fossi mai andata via e non ho troppa voglia di vedere nessuno.
Almeno per qualche ora ho bisogno di vivermi questo spazio e le mie cose. Non so come sarà quando tornerò a ottobre, se proverò cose diverse e meno emozioni.

Non importa. Il giorno dopo il mio ritorno mi vivo queste, mentre provo a riconquistare Scendy.

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