Troppo bionda per sposare un indiano

Lei si chiama Anna ma non è il suo vero nome, preferisce mantenere l’anonimato.
La scoperta dell’induismo da giovanissima, una vita in Italia, un viaggio in India che cambierà tutto.
“Sono una straniera, sono senza casta e sono troppo bionda”

 

Anna, che tipo viaggiatrice eri prima di essere una moglie e una madre?

Sono sempre stata una viaggiatrice libera, che amava sperimentare e immedesimarsi nelle atmosfere dei luoghi che non conoscevo, con particolare interesse verso il Medio Oriente.
Di un paese mi attirava la musica, la danza e l’architettura anche per via della mia formazione artistica. Ho fatto l’università a Bologna, una città piena di stranieri, ero a stretto contatto con una realtà multiculturale e frequentare il Dams, con persone di nazionalità molto diverse, è stato determinante per la mia vita.
Viaggiavo da sola e in compagnia, poi ho fatto un viaggio in India, un viaggio che continua ancora e ha cambiato per sempre la mia vita.

Mi hai detto di essere induista, cosa ti ha spinto ad avvicinarti all’induismo?

Non molto lontano da dove abitavo, grazie alla volontà di un piccolo gruppo di induisti fu costruito un tempio.
Ero poco più che adolescente e in Italia, in quegli anni non c’ erano molti luoghi legati all’induismo che mi affascinava e incuriosiva, così ho iniziato a frequentarlo.
Ospitava diversi guru ed esperti, il loro intento era quello di far conoscere la cultura induista e la loro filosofia, il loro approccio alla vita.
L’induismo è così, non è una religione, è una filosofia di vita.



Quando hai sentito di poter dire “Sì, sono induista” anche al mondo esterno?

Non c’è stato un rito che ha sancito il mio diventare induista. Questo non è avvenuto.
La mia famiglia è molto cattolica e ho ricevuto una vera e propria educazione cattolica, andavo dalle suore. Sono stata battezzata, ho fatto la comunione e la cresima.
Io però mi sono sempre sentita un pesce fuori dall’acqua, si dice che induisti si nasca, io non riconoscevo la religione cattolica.
Frequentare il tempio ha dato forma a qualcosa che era già dentro di me e che la mia famiglia non accettava e non accetta.

Sognavi l’India e volevi vederla con i tuoi occhi, come hai fatto a realizzare questo desiderio?

Appena preso il diploma, lavorai tutta l’estate come cameriera, messi da parte più soldi possibili, comprai un biglietto per l’India e partii da sola.
Ci rimasi tre mesi.
Volevo capire davvero quanto tutto quello che mi avesse affascinata fino ad allora fosse reale o solo mia testa.
I miei genitori provarono in tutti i modi a fermarmi ma senza risultati.

Come hai trascorso quei mesi in India?

Sono stata tre mesi nell’Andhra Pradesh in un ashram: meditavo, facevo volontariato aderendo alle attività organizzate all’interno e aiutavo sopratutto in cucina, nella preparazione dei pasti.
Ero decisa a rimanere lì fino a che non avrei finito i miei soldi.

Cosa hai imparato di te stessa in quei tre mesi?

Sono cambiata tantissimo: ero sola, lontana da casa, quell’esperienza mi ha fortificata.
Ero molto giovane allora ed è stata anche tanto dura, non sono stati mesi semplici.
Io, l’India, l’avevo vista solo in cartolina e nelle foto.
Lo shock culturale è stato intenso, l’ashram era la mia bolla, il mio porto sicuro.
L’India che faceva male era solo all’esterno: lebbrosi e morenti, corpi nudi nelle strade, uomini, donne, vecchi e bambini che chiedevano l’elemosina.

Dopo tre mesi sei dovuta tornare a casa, come è stato il ritorno e cosa hai fatto?

Rivedere i miei genitori e ritrovare le mie certezze è stato confortante ma sentivo che la mia vita ormai era indissolubilmente legata all’ India, avevo la certezza che il mio cuore era indiano.
Mi sono iscritta al Dams e per qualche anno ho avuto una vita normalissima: gli esami, gli amici, la laurea, i viaggi e i ragazzi ma un richiamo costante e continuo verso l’India.
Poi ho incontrato quello che credevo fosse l’amore, una storia durata otto anni.

Com’era questo uomo e che tipo di relazione avevate?

Lui era una persona che non comprendeva il mio amore per l’India e le mie scelte.
Io continuavo ad approfondire i miei interessi, lui era poco propenso a conoscere quello che mi circondava; viveva degli stereotipi e dei condizionamenti che accomunano un po’ quelle persone che non sanno niente di India: mi diceva cose tipo che l’India è solo sporca o esclusivamente per chi vuole vivere esperienze mistiche, per persone che non concludono niente nella vita e che fantasticano, per i santoni o i baba.
Mi diceva spesso di smetterla con le mie cavolate, di essere come tutte le ragazze della mia età e sopratutto di essere più concreta.

Il vostro rapporto si incrina sempre di più, tu non ti senti capita e lui non ti accetta totalmente per quello che sei. Qualcun altro però, lo fa.

Sì, la nostra relazione si trascinava, fino a che un giorno tramite un’amica comune conosco via chat un ragazzo indiano con cui inizio ad avere un fitto scambio di messaggi che va avanti per sei mesi.

Per sei mesi ci sentiamo ogni giorno, ci raccontiamo le nostre vite e quello che ci accade, c’è un’intesa particolare fra di noi che cresce sempre di più.
Un giorno decido di lasciare tutto e cambiare vita, senza voltarmi indietro.
Avevo un cerchio da chiudere.

Nel 2010 compro un volo di sola andata per Chennai, decisa a riprendere quel percorso che non avevo mai abbandonato, decisa a incontrare la parte di me stessa che era sempre stata lì e, a incontrare lui.

La curiosità era tanta e volevo capire davvero se quei sei mesi erano stati solo un appiglio o se esisteva quel sentimento che ci eravamo dichiarati tante volte.
Scopro che il nostro sentimento era reale e da quel momento non ci siamo più lasciati.

Quel sentimento era così vero che decidete di sposarvi.
Come è stato il tuo matrimonio?

Ero a Chennai da quasi tre mesi e il mio visto stava per scadere, decidiamo contro il volere della sua famiglia e della mia di sposarci con un rito civile, come testimoni gli amici di sempre di lui e come banchetto di nozze il Mc Donald (menu vegetariano!).

Perché la sua famiglia era contraria alla vostra unione?

Mio marito fa parte di una famiglia indiana conservatrice e molto tradizionalista, sua madre sopratutto non mi accettava assolutamente come nuora.
Sono una straniera, sono senza casta e sono troppo bionda.

Qualche anno dopo il nostro matrimonio arrivò a chiedermi di tingermi almeno i capelli, cosa che non ho mai fatto.
Il ritorno in Italia è stato molto difficile, sopratutto per lui ma ad allietare tutto è arrivato nostro figlio.

Come state crescendo vostro figlio e come lo avete chiamato?

Gli abbiamo dato un nome italiano e un nome indiano e lo stiamo crescendo in maniera molto libera, frequenta una scuola comunale di stampo cattolico, frequenta l’ora di religione ed è molto sereno.

Abbiamo deciso che quando sarà grande sceglierà liberamente che credo vuole professare, non vogliamo precludergli nulla.
I miei genitori sono molto carini con lui, hanno accettato il nipotino ma con mio marito c’è un rapporto di fredda formalità.

La famiglia di lui ti ha accettata in questi anni? Tua suocera ha conosciuto il suo nipotino?

Dopo qualche mese dalla nascita, abbiamo fatto un primo viaggio in India noi tre per presentare nostro figlio alla famiglia di mio marito che non lo aveva ancora visto.
Loro mi hanno accolta un po’ meglio di come hanno fatto i miei genitori con mio marito e siamo rimasti per cinque mesi. Abbiamo girato l’India come turisti in lungo e in largo.

Mi suocera è venuta con noi durante un breve viaggio di 15 giorni perché voleva che portassimo il bambino in un tempio specifico, lì lo abbiamo rasato e abbiamo donato i suoi capelli come segno di buon auspicio.
Fra un viaggio e l’altro come base tornavamo a casa da mia suocera e l’atmosfera era abbastanza invasiva.

Mi hai raccontato molto di tua suocera, di questa figura importante e molto presente nella vita famigliare dei suoi figli. Vuoi parlarcene?

I rapporti con mia suocera in quei cinque mesi sono sempre stati molto civili ma con qualche tensione.
Mio marito è stato l’unico dei suoi figli a sposarsi per un matrimonio d’amore e non combinato.

Lui è da sempre considerato la pecora nera della famiglia perché si è spesso tirato fuori da queste dinamiche e mi ha sempre protetta molto prendendo le mie parti.
Mia suocera ha sottolineato diverse volte che io non abbia portato una dote.

In India, la donna che diventerà tua moglie, porta una ingente quantità di gioielli e oggetti preziosi in dono alla famiglia dello sposo, io non ho fato nulla di tutto ciò.
Con nostro figlio è adorabile ma ha sempre messo becco sull’educazione e sull’alimentazione che secondo lei non andava bene, doveva abituarsi a sapori più speziati e piccanti come i bambini indiani.
Ogni piccola cosa diventava difficile e mantenere la calma non è stato così facile.

Inoltre mi vestivo troppo da occidentale per lei. Ci tengo a sottolineare che non sono mai scollata né attillata in India, per mia suocera non andava bene lo stesso.
Una volta, poco prima di uscire di casa, mi ha fatto notare che i miei abiti erano poco adeguati.
Il suo messaggio era “se non vuoi tingerti i capelli, vestiti come un’indiana, almeno”.

Com’è stato viaggiare in India con un bambino di pochi mesi?

Adesso nostro figlio ha 6 anni e se ripenso a quel viaggio è stato paradossalmente più semplice, non si rendeva bene conto delle lunghe distanze che percorrevamo.

Abbiamo preso molti treni e lui era oggetto di molti sguardi e mi rammarica sapere che non si ricorderà nulla di tutte le persone che hanno voluto prenderlo in braccio, di tutte le mani che lo hanno accarezzato al di là della religione, della razza o dello stato sociale.
Quando eravamo noi tre soli tutto era meraviglioso. Il problema era tornare a casa dalla famiglia di mio marito.

Come si trova tuo marito in Italia? Mi hai raccontato che per lui non è molto facile.

Purtroppo sì e questo ci ha creato delle difficoltà ma ci ha reso ancora più uniti.
In generale non si è mai sentito accolto nonostante mio marito abbia viaggiato sempre molto in giro per il mondo e sia una persona aperta alle diverse culture.
Avere la pelle ambrata è un marchio indelebile.

Purtroppo abbiamo vissuto alcune spiacevoli situazioni in cui era palese che il razzismo fosse il centro di tutto, sopratutto all’inizio.
C’era un supermercato in cui andavo sempre, mi conoscevano benissimo; una volta andai con lui e la cassiera mi chiese di aprire la borsa, aveva il dubbio che avesse preso qualcosa.

Ricordo che lui rimase senza parole quella volta e a me si spezzava il cuore.

Dove lo vedi il tuo futuro? In India o in Italia?

Lo vedo a cavallo di entrambi i paesi, amo l’Italia e non voglio rinnegare le mie radici ma sono altrettanto consapevole che l’India sarà sempre presente nella mia vita e voglio che mio figlio prenda il meglio da entrambe le culture.
Non potrà mai essere solo italiano o solo indiano. Vorrei che fosse un uomo libero dai pregiudizi.